Nella scia di Filippo Ganna, sta crescendo Nicolas Milesi. A Montréal l’azzurro della Netcompany Ineos Racing Academy, vivaio della formazione World Tour in cui milita il campione di Vignone, ha conquistato la medaglia d’argento mondiale Under 23 nella cronometro. I 7” che gli ha rifilato l’olandese Ryan Gal non li ha ancora digeriti perché il 22enne di Clusone è un agonista puro che non vuole accontentarsi anche se ha davanti a sé tutto il tempo per dimostrare quanto vale. Una settimana complicata per la salute e un 66 mai usato prima, gli lasciano la consapevolezza di avere ancora parecchi margini di crescita.
Il talento bergamasco, che fino alla categoria allievi ha sempre e solo corso fuoristrada, è pronto a sbocciare. Dopo due stagioni all’Arkéa, il passaggio alla squadra di sviluppo di Ineos gli ha permesso di trovare un ambiente nel quale crescere, in vista dell’imminente salto di categoria. Prima di spiccare il volo (mentre scriviamo manca l’ufficialità dell’ingaggio, ma la notizia che vestirà la maglia della Ef Education EasyPost è ormai passata di bocca in bocca, ndr) c’è ancora un finale di stagione ricco di traguardi da mettere nel mirino, a partire dal Campionato Europeo e Italiano crono.
Nicolas, come sei arrivato a Montréal?
«Non ero convintissimo di riuscire a disputare una gara del genere. Proprio durante la settimana che portava alla sfida iridata mi sono ammalato e ho dovuto fare una sorta di corsa contro il tempo per tornare in forma. Per questo, quando sono riuscito a tagliare il traguardo, ero soprattutto contento di avere finito la gara. Poi ho visto il tempo e ho cominciato a capire di avere fatto bene. Sono rimasto sulla hot seat praticamente tutto il giorno. Ero più incredulo che felice. La gara aveva preso una direzione che non mi aspettavo, ma speravo. Ryan Gal mi ha sorpreso e ha meritato il successo. Sette secondi in una cronometro di 37 munuti sono una distanza piccolissima, ma sono anche abbastanza per separare una maglia iridata da una medaglia d’argento. Peccato».
Il secondo posto ti è rimasto sullo stomaco.
«Sì, il giorno della gara è andato tutto alla perfezione perciò a caldo mi sono girate un po’ le scatole per non essere riuscito a vincere. A dirla tutta mi scoccia ancora. Tanti non si aspettavano una mia performance a questi livelli, ma io ho lavorato molto per questo appuntamento. Analizzando la prova più lucidamente ho ben poco da rimproverarmi. Mi sono gestito bene, spingendo un lungo rapporto, il 66, che non avevo mai provato prima in corsa. Sono stato capace di spingere forte in salita e credo di aver fatto la differenza proprio sulle rampe finali perché mi sono ritrovato con le gambe per sprintare. Da fuori può sembrare che non abbia lo stile perfetto, ondeggio un po’, però mi viene facile lottare contro il tempo e penso che alla fine la velocità sia buona. Insisterò in questa disciplina, che ho iniziato a coltivare solo da junior».
Come hai festeggiato?
«Tornato dal Canada sono stato accolto dai miei affetti più cari in aeroporto e poi arrivato a Parre, dove vivo e ho mosso i primi colpi di pedale a 7 anni da G1 in sella a una piccola mtb, ad attendermi c’era uno striscione celebrativo, con il sindaco Francesco Ferrari, appassionato di ciclismo, e il presidente della squadra MTB Parre in cui sono cresciuto Severo Ruggeri, severo di nome ma bravissimo di fatto, che mi segue da sempre. Anche in famiglia ovviamente sono tutti contenti del risultato. Papà Giovanni, muratore, e mamma Ambra, che lavora in ufficio, quando corro non distante da casa vengono sempre alle mie corse. Sono il maggiore di tre fratelli: il più piccolo, Davide è esordiente e si diverte come ho fatto io per tanti anni nella mountain bike, mentre Filippo studia all’università. Anche i nonni amano lo sport e con i miei genitori non sono mancati alle ultime tappe del Tour de l’Avenir».
Nel 2021 sei stato protagonista di un brutto incidente, di cui porti ancora i segni in volto. Vuoi inviare un messaggio agli automobilisti?
«A proposito di gravi infortuni, prima di tutto vorrei approfittare per mandare un pensiero a Chiara Teocchi, mi spiace molto sapere che oggi è costretta su una carrozzina e spero possa tornare a fare ciò che ci piace fare. La bici è la nostra vita, quando ci metti impegno, è molto triste rimetterci fisicamente. Per quanto riguarda i rischi che corriamo in strada ad ogni allenamento ritengo che la colpa principale sia del traffico sempre più caotico, per i giovani penso l’ambiente migliore sia quello della mtb. Avendolo vissuto in prima persona, so che lì c’è molta meno pressione, impari a guidare il mezzo e ti diverti, da piccoli è l’ideale. Personalmente cerco di pedalare in strade poco battute dalle auto, evito le città, prediligo i lavori in salita, dove si va più piano e c’è meno casino. In questo senso ho la fortuna di vivere in Val Seriana e avere dei bei percorsi a disposizione».
Come trascorri il tempo libero?
«All’aria aperta in compagnia di Rio, il mio jack russel, e con gli amici. Mi piace camminare in montagna e sciare. Da bambino gareggiavo nello sci alpinismo, disciplina che mi manca molto ora che sono sempre in bici, anche in inverno. Gli studi? Nel cassetto ho il diploma di geometra, finite le superiori mi sono concentrato anima e corpo sul ciclismo».
Hai un modello preciso: Filippo Ganna.
«Sì, ammiro Pippo per la sua carriera e ho avuto la fortuna di incontrarlo oltre che in Nazionale attraverso l’ambiente Ineos e il lavoro di Cioni. Penso che Dario che sia uno dei migliori tecnici in circolazione per le cronometro, sia per prepararle sia per seguirle dall’ammiraglia. È stato importante averlo al fianco sia con il club che in maglia azzurra. Prendo molta ispirazione dal percorso condiviso da lui con Ganna, li stimo sia come persone che come professionisti. Con Pippo al mondiale abbiamo scambiato qualche chiacchiera, anche extra corsa. È una figura importante per il ciclismo italiano, una fonte di ispirazione per tutti noi giovani».
Possiamo dire che il 2026 è stato l’anno di svolta per te?
«Sì, i due anni in Arkea non sono stati facilissimi, soprattutto il primo. Poi è arrivata la Netcompany Ineos Racing Academy e con essa una nuova percezione delle mie possibilità. Nell’ambiente Devo ho lavorato bene, anche con il preparatore norvegese Rune Talsnes. Grazie allo staff, ma pure grazie alla mia testa sento di aver fatto un salto di qualità in questo quarto anno nella categoria, in cui era indispensabile emergere. In questa stagione stavo per vincere la Gand-Wevelgem, sono stato ripreso a 1 km dall’arrivo, sono andato a segno nella cronometro dell’Olympia’s Tour e sono riuscito ad alzare le braccia al cielo al termine di una gara impegnativa come il Gran Premio di Poggiana, attaccando da lontano. Sento che il mio livello continua a crescere anno dopo anno e penso di avere ancora grandi margini di miglioramento, soprattutto in salita. Su strada ho ancora da imparare, corro dal 2021 (ha esordito tra gli junior con la divisa della Ciclistica Trevigliese ottenendo due successi: nella gara di casa a Clusone e sul traguardo di Arcore; una settimana dopo il trionfo in Brianza ha avuto un grave incidente in allenamento procurandosi la frattura di 4 vertebre della schiena, due del collo, della clavicola e delle costole, ndr). Questo argento mondiale non è un punto d’arrivo, ma una ripartenza».
Nel 2027 ti aspetta il professionismo...
«Mi sento pronto. L’anno scorso con l’Arkea ho corso molto nella massima categoria nella seconda parte dell’anno. Dopo questa stagione in cui ho disputato diverse gare a tappe, mentalmente mi sento più convinto e fisicamente più solido. Il salto di categoria non mi spaventa. Ho l’età giusta e non vedo l’ora. L’anno prossimo mi concentrerò sulle cronometro e le classiche in Belgio. Da bambino non sognavo le gare su strada perché non le conoscevo, ma da quando ho iniziato a scoprirle ho amato la Parigi-Roubaix. Arrivando dalle ruote grasse mi ha affascinato fin da subito. L’ho provata da junior e da under, per il futuro è il mio sogno insieme al titolo mondiale a crono».
da tuttoBICI di ottobre

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