Oggi vanno forte, molto più di un tempo, e corrono Tour più giusti. Il ciclismo di Tadej Pogacar, Remco Evenepoel, Jonas Vingegaard e Paul Seixas è chiaramente più “democratico”. In aiuto all’analisi, come sempre, ci vengono i numeri.
Ai tempi di Miguel Indurain, grande cronoman degli anni Novanta, che ha lottato con i nostri Bugno e Chiappucci, i Tour erano disegnati a sua immagine e somiglianza. Jean-Marie Leblanc, gran patron della corsa francese, gli confezionava percorsi che potessero esaltare le sue doti di cronoman. Un esempio? Prendiamo proprio i chilometri contro il tempo: nel 1991, primo Tour vinto dal navarro, ne sono stati affrontati la bellezza di 171. Nel ’92 si sale a 200, nel ’93 si scende di poco: 194. Nel ’94 la miseria di 184 chilometri e nel ’95 l’inezia di 174 chilometri.
Indurain, in quegli anni, costruiva i propri successi nelle prove contro il tempo, essendo di gran lunga, tra i cacciatori di Grandi Giri, il più forte. Quello che guadagnava nelle prove contro il tempo, poi lo amministrava in montagna. Negli ultimi anni la musica è radicalmente cambiata. Nonostante si parli di dittatura slovena - Pogacar va forte su tutti i terreni e non ha punti deboli -, siamo di fronte alla democratizzazione del ciclismo: un po’ di tutto, per far emergere il talento.
I chilometri contro il tempo? Rispetto ai tempi di Indurain, semplicemente ridicoli, basta vedere quelli affrontati negli ultimi sette anni, quelli che hanno visto i cinque successi di Pogacar e i suoi due secondi posti alle spalle di Vingegaard: 36 chilometri nel 2020, 58 nel 2021, 54 nel 2022, 22 nel 2023, 59 nel 2024, 44 nel 2025 e 45,7 quest’anno, tra l’altro con i primi 19 affrontati in una cronosquadre (che mancava dal 2019 nel disegno della Grande Boucle).
Nulla rispetto agli anni di Indurain, che ha davvero beneficiato di percorsi disegnati su misura e decisamente penalizzanti per Bugno e Chiappucci, che probabilmente oggi qualche Tour lo vincerebbero. E lo stesso vale per Remco Evenepoel, cronoman eccezionale e secondo in classifica alle spalle di Pogacar: se gli mettessero a disposizione un Tour con 200 km contro il tempo, molto probabilmente farebbe tremare anche Tadej.
Detto che per Jacques Anquetil, il primo uomo della storia a vincere per cinque volte il Tour de France, possiamo parlare di tempi ancora legati all’epica del ciclismo, da Merckx in poi possiamo considerare di essere entrati nell’era del ciclismo moderno e quindi è giusto che l’esame comprenda proprio le imprese del Cannibale alla Grande Boucle.
Perché negli Anni di Merckx le prove contro il tempo certamente non mancavano. Anzi, in una sola edizione gli organizzatori ne mettevano cinque, sei, quattro e una di queste era sempre una cronosquadre. Nel 1969, il suo primo successo, è partito con 90 km contro il tempo è arrivato a 139 nel 1971, ma nel 1972 ne ha corsi solo 66.
Molto più “monstre” i chilometri contro il tempo nell’Era Hinault. Nel primo Tour vinto, anno del Signore 1978, c’erano 270 km contro il tempo. Il massimo è stato toccato l’anno seguente, quando salirono a 342 km. In ogni caso basta dare un occhio alle tabelle che abbiamo preparato e anche a occhio nudo si nota che il ciclismo di oggi è molto diverso.
Gli Anni di Lance Armstrong? Anche se poi sono stati giustamente cancellati, erano edizioni che avevano come media 140 km ad edizione.
È evidente, quindi, che i patron dei Grandi Giri hanno il potere di orientare le corse. L’ex corridore professionista e poi giornalista Jean-Marie Leblanc ha addomesticato per anni la Grande Boucle. Poi è arrivato Christian Prudhomme, un altro giornalista (il Giro è stato ideato da un giornalista, Tullio Morgagni; il Tour dal giornalista Henri Desgrange: e la Vuelta? Sempre un giornalista, Juan Pujol: questa è storia, ndr), che ha armonizzato i percorsi, mettendo un po’ di tutto, per non favorire nessuno ma esaltare il talento di corridori completi come Tadej Pogacar.