«Sto vivendo un’esperienza personale incredibile, arricchente all’ennesima potenza per il mix di culture con il quale vieni a contatto. Sono stata nel gruppo da atleta e so cosa significa trovarsi un un contesto internazionale, ma qui al World Cycling Center si conoscono background personali molto peculiari, anche nella loro tragicità, penso alla ragazza afgana attualmente impegnata ai Giochi Asiatici e scappata dalla violenza talebana» racconta Valentina Scandolara, che ha vissuto un’intensa stagione di corse al volante dell’ammiraglia WCC, partecipando anche a gare del calendario italiano.
Ora c’è Montreal 2026. II Canada, sistema paese dalla sensibilità spiccata per l’accoglienza (che fa rima con nuova cittadinanza), osserva partecipe l’attività dell’Uci World Cycling Center, in lizza ieri tra le 15 compagini del Team Relay. Erano in gara due atleti rifugiati, entrambi reduci dai Giochi Olimpici di Parigi, e con loro la multinazionale era composta dal boliviano Mario Sanchez, l’algerina Nesrine Houili, la rwandese Jazilla Mwamikazi, la ciclista dell’Honduras Natalie Revelo.
Per quanto il mix di nazioni possa essere intrigante, c’è dell’altro - più profondo e articolato - nella mission dei questa progettualità dell’Unione Ciclistica Internazionale, volta - non da ieri - a sviluppare il ciclismo in ogni continente. Può dire qualcosa a riguardo proprio la 22enne atleta del Rwanda, approdata sulle strade europee nel 2024.
Ha vissuto l’esperienza epocale del mondiale di Kigali da padrona di casa, eppure proprio la rassegna iridata all’equatore ha messo soprattutto l’accento sulla dimensione intercontinentale del ciclismo. Il focus, partendo dal caso dell’Africa si posa sulle azioni per favorire lo sviluppo delle due ruote, dalla consapevolezza di quanto possano trovare una terra nuova senza dribblare con faciloneria il problema del divario costituito da un basso numero di corse. Aggiungendo un contesto socio-economico che può rendere una bici merce rara. Insomma, molto poggia anche su valori di universalità, di creazione di premesse nel segno delle pari opportunità.
Nel fitto alternarsi di atleti da seguire, aggiunge Scandolara: «in effetti sono giornate piene, perché oltre alla partecipazione diretta al Team Relay fin da domenica abbiamo dato supporto ai corridori rifugiati così come ad altri team che hanno bisogno di appoggio meccanico. Personalmente ho seguito una concorrente elite keniana e quindi Wais nella crono elite, poi è stata la volta dell’under 23 Jazilla Mwamikazi, che alleno io, affiancando il coach rwandese. E poi Aziz Dellai, tunisino. Tutti esponenti di mondi orgogliosamente sulla mappa del ciclismo”.
Scandolara tratteggia la stagione della squadra continental: «Un calendario ricco onorato con un occhio di riguardo al mondiale. L’obiettivo era e resta insegnare, accompagnare le nostre atlete nel sogno, magari molto remoto, di trovare una squadra professionistica, sapendo che solo percentuale minima può coronare l’ambizione. Il progetto mette a disposizione know how ed equipaggiamento, fornendo tre bici da strada ed una da crono per le cicliste ospitate ad Aigle”.
Insomma, pur con l’attenzione al responso del cronometro non si perdono di vista orizzonti più ampi: «nella gara di lunedì ho seguito la beninese Vignonfondo e Mwamikazi, mentre tra le Elite la mauriziana Lagesse ha chiuso con un ottimo 26esimo posto assoluto”.
Scandolara porta alla mente il racconto drammatico di Anna, 22enne Ucraina di stanza al velodromo di Fiorenzuola, tornata nel proprio Paese per correre i campionati nazionali su pista: “suonava l’allarme antimissile e correva nei rifugi, quindi si riprendeva la gara omnium. Ed è un contrasto di situazioni forte, che non può lasciare indifferenti”.
Dunque, Team Relay in archivio, per la cronaca con il posto del World Cycling Center, il cui staff sarà adesso chiamato ad occuparsi dei ciclisti del Refugee Cycling Team. Domenica, vivrà la rassegna iridata l’iraniano Mohammad Ganjkhanlou (più volte campione asiatico), il cui recente approdo in Inghilterra va di pari passo con l’esplosione bellica nel Golfo. La bicicletta da sola non può fare da antidoto a sofferenze e lontananza dagli affetti, eppure Mohammad ed il 27enne Amir Arsalan Ansari, fuggito dall’Afghanistan, sono testimoni di un percorso di rinascita dalla molteplice traiettoria geografica, uno arrivato in Gran Bretagna e l’altro in Svezia.
Era il 29 giugno del 2025 quando da Uppsala a Uppsala si correva il campionato svedese su strada degli Elite. Amir, nato in Iran ma cresciuto in Afghanistan, fu quarto. A fare da condizione basilare per quel podio sfiorato fu l’adesione di Ansari al programma scolastico di supporto avviato dal Comitato Olimpico Internazionale: “quando il modulo che avevo compilato ricevette risposta positiva il mondo, il mio mondo, è cambiato totalmente. Mi sono stati forniti mezzi abitativi e alimentari, oltre che l’adesione alla borsa di studio per atleti rifugiati, che ha riaperto la porta della speranza”. Dopo Parigi, il suo orizzonte si chiama Los Angeles, ispirato da quello che è diventato un mantra: «il ciclismo mi ha salvato la vita».