Erano Legnano le bici di Attilio Zavatti, da Forlì, dorsale 60, e Giulio Modesti, da Roma, dorsale 113, fra i 127 corridori al via del primo Giro d’Italia, nel 1909. Zavatti brillò nella prima tappa, la Milano-Bologna di 397 km: giunse settimo in volata all’ippodromo Zappoli. Ma già prima si era reso protagonista: “Zavatti, accaldato – scrive “La Gazzetta dello Sport” – vede una ragazza con una secchia d’acqua. Balza di sella, corre alla giovinetta, le toglie la secchia e vi tuffa la testa tra le più matte risate degli astanti”. Ed era una Legnano la bici con cui Zavatti, detto “e’ biundì”, nel 1909 partecipò e finì anche il Tour de France, quindicesimo.
Era una Legnano la bici con cui Ernesto Azzini, mantovano di Rodigo, soprannominato “el Du Meter” per la statura, nell’ultima tappa del Tour de France 1910, la Caen-Parigi di 262 km, andò in fuga a 260 km dal traguardo, cioè poco dopo il pronti-via, e in volata al Parco dei Principi conquistò la prima vittoria di un corridore italiano. La storia tramanda che i giornalisti italiani, convinti che neppure stavolta - la novantatreesima tappa nella storia della Grande Boucle - i nostri corridori avrebbero vinto, appresero della prodezza di Azzini mentre erano sul treno, alla stazione di Modane, al confine con il Piemonte, e dettarono i loro emozionatissimi pezzi affidandosi al… mestiere.
Era una Legnano la bici con cui Gino Bartali, durante la Seconda guerra mondiale, partiva da casa, Ponte a Ema, oggi un quartiere di Firenze, passava per Assisi, 200 km lungo la Chiantigiana, entrava in un convento di monache di clausura, ritirava documenti falsi, li nascondeva nei tubi della bici e del manubrio, risaliva in bici, attraversava indenne i posti di blocco (lo riconoscevano, ma è Bartali!, sì mi sto allenando), finalmente consegnava le nuove carte d’identità salvando vite agli ebrei perseguitati dai nazifascisti, poi tornava a casa.
Era una Legnano la bici con cui Imerio Massignan, da Valmarana di Altavilla Vicentina, divenne il primo corridore a pedali sul Passo del Gavia, un onore, un prestigio, una fama come se fosse stato il primo uomo a piedi sulla Luna. Ma quel giorno, Giro d’Italia 1960, la penultima tappa, 229 km, partiva da Trento e arrivava a Bormio. E il precipizio dal Gavia a Bormio fu fatale a Massignan, più scalatore che discesista: due forature, tre compresa la gomma a terra con cui giunse al traguardo, piangendo, secondo dietro a Charly Gaul e quarto nella classifica generale, ma primo nella graduatoria degli sfortunati.
Erano Legnano le bici di Brunero e Binda, Volpi e Coppi, dei due fratelli Ricci e i tre Zanazzi, e ancora di Baldini e Battistini, Fornara e Defilippis, Albani e Pambianco fino a Fondriest. Erano Legnano. E con quel nome, quel marchio, quel simbolo, quel colore si scriveva la storia. Perché Legnano sta al ciclismo come l’Alfa Romeo all’automobilismo e il Recco alla pallanuoto, Legnano sta alla bicicletta come la Nutella alla crema al cioccolato e alle nocciole, Legnano sta alla storia dello sport rotondo come Rugby alla storia dello sport ovale. E la Legnano festeggia sé stessa, ovviamente a Legnano. Due giorni, sabato 19 e domenica 20 settembre, tra mostre e incontri, pedalate per famiglie (guidate e raccontate) e pedalate d’epoca (20 km), rigorosamente non competitive. Il centro della festa sarà il Palazzo Malinverni, però la tavola rotonda finale, domenica alle 15, ospiti d’onore due corridori della Legnano negli anni Sessanta, Angelo Bugini e l’olimpionico Marino Vigna, si terrà nel Palazzo Leone da Perego, via Monsignor Girardelli.
Quella della Legnano è grandiosa storia ciclistica e geografica. Eppure, lo scrisse Gianni Brera, “la strada era degli umili, e produsse / molti campioni di cui cito i nomi / rimasti in libro d’oro. Il più importante / fu di certo Bottecchia, valoroso / reduce dalla guerra: non lo volle / Legnano per il nome (rob de matt), / si offrì gregario in Francia per il Tour”. La prima volta Bottecchia arrivò secondo, poi fu due volte primo.
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