Trent’anni da professionista, la storica tripletta delle Ardenne, vittorie conquistate quando gli altri avevano già appeso la bicicletta al chiodo. E poi quella strada, quel camion, quel 30 novembre 2022. Davide Rebellin avrebbe compiuto oggi 55 anni, ma nel ciclismo il suo tempo sembra essersi fermato soltanto per continuare a correre nei ricordi.
C’è un modo semplice per capire chi è stato Davide Rebellin: provare a immaginarlo senza una bicicletta. È quasi impossibile. Non perché abbia vinto abbastanza da riempire una carriera, e nemmeno perché abbia pedalato per trent’anni tra i professionisti, attraversando generazioni di corridori e trasformando la longevità in una delle sue specialità. È impossibile perché Rebellin, anche quando aveva smesso ufficialmente di correre, non aveva mai smesso davvero di essere un ciclista.
La bicicletta era rimasta il suo linguaggio.
Oggi avrebbe compiuto 55 anni. E il suo compleanno arriva con quella strana sensazione che accompagna le persone che il tempo non riesce a portarsi via. Davide è morto travolto da un camion mentre si allenava lungo la Regionale 11, a Montebello Vicentino. Era passato appena poco più di un mese dal suo ultimo giorno da professionista alla Veneto Classic.
Aveva salutato il gruppo. Non aveva salutato la bicicletta.
Una settimana entrata nella storia
Per raccontare Rebellin, però, bisogna prima tornare alla strada e alle sue vittorie. Aprile 2004. Una settimana che sembra scritta apposta per trasformare un corridore in leggenda. Prima l’Amstel Gold Race. Poi la Freccia Vallone. Infine la Liegi-Bastogne-Liegi.
Tre Classiche, tre monumenti del ciclismo delle Ardenne, conquistati nello stesso anno. Rebellin fu il primo a riuscire nell’impresa, costruendo in otto giorni una delle sequenze più straordinarie mai viste nel ciclismo moderno.
Non fu un lampo. Fu una dimostrazione di classe, resistenza, intelligenza tattica e capacità di stare davanti quando la corsa diventava una questione di gambe e di nervi.
La Freccia Vallone sarebbe tornata a essere sua nel 2007 e ancora nel 2009. Perché Rebellin aveva una caratteristica che spesso sfugge quando si raccontano soltanto i campioni delle grandi vittorie: sapeva tornare.
Tornava dopo una stagione difficile. Tornava quando sembrava aver già dato tutto. Tornava quando gli anni suggerivano che fosse arrivato il momento di lasciare spazio agli altri. E ogni volta trovava un’altra strada da percorrere.
Il Giro, la maglia rosa e una carriera infinita
Nel suo palmarès c’è anche un pezzo importante di Giro d’Italia. Nel 1996 conquistò una tappa e indossò la maglia rosa, lasciando il segno in una corsa che avrebbe potuto raccontare da sola la sua duttilità.
Arrivarono poi la Tirreno-Adriatico, la Parigi-Nizza e una lunga serie di successi nelle corse che più gli appartenevano: quelle in cui non basta essere il più forte, ma bisogna sapere leggere il momento.
Rebellin aveva quella capacità. Sapeva aspettare. Sapeva scegliere. Sapeva partire. E soprattutto sapeva soffrire.
L’Highlander
Lo chiamavano Highlander. Il soprannome sembrava una battuta, finché la realtà non cominciò a renderlo quasi credibile. Trent’anni nel professionismo sono già un’enormità. Ma Rebellin riuscì a trasformare l’età in una sfida personale.
A quarant’anni continuava a correre. A quarantacinque continuava a vincere. A quarantasette arrivò un’altra vittoria. A quell’età molti suoi coetanei erano già diventati direttori sportivi, commentatori, dirigenti o semplicemente ex corridori. Lui no.
Lui era ancora lì. Ancora in gruppo. Ancora sulle salite. Ancora a cercare la fuga giusta. Ancora con quella bicicletta sotto di sé che sembrava essere diventata una parte del corpo.
«Il vecchio» che non voleva diventare vecchio
C’è qualcosa di profondamente ironico nel documentario L’ultimo chilometro. Quando venne realizzato, Rebellin aveva già 41 anni e gli venne assegnato il ruolo del «vecchio» del gruppo
Vecchio. Era probabilmente la definizione che più gli stava stretta. Perché Davide aveva fatto dell’età non un limite, ma quasi una provocazione. Ogni stagione sembrava l’ultima. E ogni stagione diventava invece un’altra occasione per dimostrare che il ciclismo non aveva ancora finito di divertirlo.
Questa forse è la chiave per comprendere la sua storia: Rebellin non correva soltanto per vincere. Correva perché non sapeva immaginarsi lontano dalla bicicletta.
L’ultima corsa
Il 16 ottobre 2022 aveva corso la Veneto Classic. Aveva 51 anni. Era il suo ultimo giorno ufficiale da professionista. Una chiusura che sembrava quasi perfetta: a casa, davanti alla sua gente, con la consapevolezza di aver attraversato tre decenni di ciclismo senza mai tradire la propria idea di sport.
Ma quella parola, «fine», con Rebellin sembrava non funzionare. Continuò ad allenarsi. Continuò a pedalare. Continuò a vivere la strada come aveva sempre fatto.
Fino al 30 novembre. Quel giorno la bicicletta non fu più il luogo della libertà, ma il punto esatto in cui la sua vita si spezzò. Lungo la Regionale 11, a Montebello Vicentino, Davide venne travolto da un camion mentre era in allenamento.
Aveva salutato il ciclismo professionistico da poco più di un mese. Ma non aveva mai smesso di essere Davide Rebellin.
Il compleanno che non finisce
E allora oggi, nel giorno in cui avrebbe compiuto 55 anni, il modo migliore per ricordarlo non è soltanto contare le vittorie. È pensarlo in bicicletta. Pensarlo mentre studia una salita. Mentre aspetta il momento giusto. Mentre si alza sui pedali. Mentre davanti a lui la strada si apre ancora.
Perché la storia di Rebellin non è soltanto quella di un campione che ha vinto tre Classiche delle Ardenne in una settimana, di un corridore capace di vincere a quarantasette anni o di un professionista rimasto nel gruppo per tre decenni.
È la storia di un uomo che ha fatto una cosa che nello sport è rarissima: ha continuato ad amare ciò che faceva anche quando non aveva più nulla da dimostrare a nessuno. Il ciclismo gli ha dato vittorie, gloria, polemiche, cadute e anche ferite che non si sono mai completamente rimarginate
Alla fine gli ha portato via anche la vita. Ma non il ricordo. Perché Davide Rebellin è uno di quei corridori che non smettono davvero di correre.
Ogni volta che una strada sale, che una curva si apre, che qualcuno decide di attaccare quando gli altri pensano che sia troppo presto, c’è ancora qualcosa di lui.
La bicicletta è rimasta lì. E Davide, in qualche modo, ci è ancora sopra.
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