Tadej POGACAR. 10 e lode. È il Re solo. Perché c’è lui, solo lui. Perché arriva sempre in solitaria. Perché tra lui è il mondo c’è l’infinito. Vince su una delle salite simbolo del Tour, del nostro sport: l’Alpe d’Huez. Quassù non possono vincere le comparse, non possono vincere quelli che non hanno una storia pesante sulle spalle, vince chi ha gambe leggere e la statura dei giganti. Vince Taddeo, che non ci terrà alla storia, ma intanto prosegue a riscriverla in buona grafia. Come un antico amanuense scrive una pagina nuova e va ad iscrivere il proprio nome accanto a quelli di Coppi e Zoetemelk, Hinault e Bugno: e Pantani. E le stelle stanno a guardare, perché alle sue spalle ci sono grandi corridori, che nulla possono contro questo prodigio. Lo fa sgretolando il record di Pantani (1995, 36’50”), spostandolo a 35’27”. Per il campione del mondo la quinta vittoria in questo Tour, 26a tappa in carriera, la numero 18 in stagione in 36 giorni di corsa: per lui vittoria numero 126 in carriera. Semplice compatibilità di un fenomeno.
Lenny MARTINEZ. 9. Alla fine ci resta male, perché corre da veterano, nascondendosi come pochi, sprecando come nessuno. Sa che la variabile è il tempo: quanto tempo ha di vantaggio su quello là. E stare dietro al fenomeno non è come dirlo. Ci arriva vicinissimo, ma questo secondo posto vale tanto, tantissimo.
Richard CARAPAZ. 10. Perde, arriva terzo, ma con lui la tappa si incendia esplode, come un vulcano silente. Premio della combattività? Tra lui è Mads Pedersen è un bel duello.
Sepp KUSS. 7,5. L’americano prova a fare il sostituto di Vingo, ma è pur sempre il piano B, il surrogato, la brutta copia, che però fa una gran bella figura.
Tobias JOHANNESSEN. 7. Gladiatorio come sempre, per un Tour che lo conferma un lottatore nato.
Remco EVENEPOEL. 7,5. È consapevole del proprio talento, dei propri miglioramenti. Sa che se non ci fosse lo sloveno lui avrebbe ben più di una chances di successo. Ma al belga va bene anche così. Un secondo posto dietro al fenomeno è fenomenale.
Isaac DEL TORO. 6,5. Corre sulle ruote di Seixas e gli rosicchia qualche secondo. Poca cosa, ma vale molto. Per il podio e la maglia bianca.
Mattias SKJELMOSE. 8. Si prende una grande squadra sulle spalle e dimostra di essere degno di questo team.
Paul SEIXAS. 7. È il più giovane di questo Tour, non lo dimentichiamo mai. È al suo esordio ed è quarto. Anche oggi è tra i protagonisti. Sempre lì nel vivo della corsa, senza mai morire.
Juan AYUSO. 3. Reclamava il suo spazio, fare il gregario a Pogacar era disdicevole. Adesso lo farà a Skjelmose.
Tom PIDCOCK. 4. Salta quasi subito e arriva ad oltre 8’.
Adam YATES. 8. Rischia di andare a casa, eppure entra nella fuga di giornata e nel finale è là davanti ad aiutare Pogacar. Lo pilota per un po’, fin che può, ma che tempra.
Mads PEDERSEN. 9. Sembrava fritto, o almeno sembrava. Nel momento in cui Jasper Philipsen si rifà sotto minacciando la sua maglia verde, il danese non si scompone e entra in modalità “cagnaccio”: prova a prendermi. Negli ultimi giorni è sempre in fuga a fare incetta di punti che si deve sudare. Oggi ha dovuto superare un colle di 1a categoria e uno di 2° per arrivare al traguardo volante fissato al km 89. Se lo prende e mette al sicuro una maglia che ora sembra aver ritrovato il suo antico padrone.
Valentin PARET-PEINTRE. 7. Il corridore della Soudal Quick-Step si prende una vagonata di punti per la maglia a pallini, ma nel finale è Carapaz a fare il diavolo a quattro e a prendersi la maglia.
Bruno ARMIRAIL. 8. Ma quanto tira? Come un ossesso, come se non ci fosse un domani, pur sapendo che domani si ritroverà lì, a scalare specularmente una montagna che fa paura: non a lui.
Edoardo AFFINI. 17. Non doveva esserci, invece arriva fin qui, facendo in modo esemplare il proprio lavoro. Oggi si arrende, ma non fa niente.