Alla domenica leggiamo La Gazzetta Sportiva e non la Gazzetta dello Sport, ma sulle pagine rosa c’è un leit-motiv: quello de “Il dominatore”. Ciro Scognamiglio, nel richiamare le confessioni di Tadej (“che sofferenza”«Sorridevo? No, era una smorfia...») non relativizza l’ennesima impresa dello sloveno, dopo “155 chilometri pedalati in pura modalità Tour de France, cioè senza un attimo di respiro. Uno spettacolo da lasciare a bocca aperta non solo la moltitudine di gente a bordo strada, ma anche chi quello spettacolo lo ha messo in scena. E dunque soprattutto Tadej Pogacar: sempre lui, si”.
Sul Corriere, invece, Marco Bonarrigo porta il lettore all’immediata vigilia della tappa: “Ricevuto in udienza poco prima del via da Re Tadej V, ieri il volitivo danese Tobias Johannessen ha avuto l’ardire di chiedere al Sovrano se un’eventuale fuga avrebbe avuto potuto sperare nella sua clemenza. «Tadej è stato gentile — ha spiegato al traguardo Tobias — e non mi ha detto direttamente no, ma solo consigliato di provarci la prossima settimana». Com’è umano lei…
Del resto, non appaia eccessiva la definizione di tiranno scelta da Repubblica, dove Cosimo Cito mette l’accento sull’entusiasmo alle stelle dei transalpini”: “Nel Tour tiranneggiato da Pogacar i francesi stanno scoprendo Paul Seixas. «Si pronuncia alla portoghese, mio nonno paterno è nato lì». Figlio di due karateki, Emmanuel e Emmanuelle, il 19enne della Decathlon ha sentito un boato all’arrivo, 3° di tappa a 38” da Pogacar, mentre tagliava il traguardo assieme a Del Toro.”
Spetta a Pier Augusto Stagi su Il Giornale scorgere per la prima volta la fatica dipinta sul volto di Pogacar, alla 25esima vittoria sulle strade di Francia: “Perché nonostante tutto i giorni di corsa si fanno sentire e Jonas Vingegaard (4° a 44”) ci mette tutto se stesso per provare a metterlo in difficoltà. Grande Pogacar, ma grandi tutti gli officianti di questa corsa pazzesca, che non risparmia pedalate…”.
L’Equipe, con Alexandre Roos, viaggia in mezzo al pubblico dei Vosgi che si chiude a riccio: “Che dolce follia è stata lanciarsi negli ultimi centinaia di metri del Col du Haag: quel corridoio frenetico dove valeva la pena perdere uno specchietto pur di farsi strada e vivere quel momento di pura euforia”. Figurarsi quando è passato Seixas, al quale viene dedicata una doppia pagina attraverso il racconto dei nonni. Josè Manuel e Suzanne vivono in Alta Savoia, a due passi dalla salita del Plateau de Solaison, hanno visto il giovanissimo Paul(come se adesso fosse veterano) uscire in bici durante l’estate, trascorsa spesso nel piccolo villaggio di Magland. L’85enne d’origine portoghese ed il nipote 19enne si rivedranno lassù sul plateau dopo l’arrivo. C’è poco da aggiungere.
LA GAZZETTA SPORTIVA
IL DOMINATORE
Quanta bellezza racchiusa in quattro ore appena, calde ma bagnate dalla pioggia, su e giù nei Vosgi per 155 chilometri pedalati in pura modalità Tour de France, cioè senza un attimo di respiro. Uno spettacolo da lasciare a bocca aperta non solo la moltitudine di gente a bordo strada, ma anche chi quello spettacolo lo ha messo in scena. E dunque soprattutto Tadej Pogacar: sempre lui, sì. «Devo ringraziare tutti i tifosi che sono venuti, un qualcosa di indimenticabile Sembrava una tribuna in cima a una salita, mai visto. Momenti così fanno amare il ciclismo», le prime parole del campione del mondo. (Ciro Scognamiglio)
CORRIERE DELLA SERA
POGACAR ARRIVA DA UN ALTRO PIANETA: AL TOUR E' SENZA RIVALI
Ricevuto in udienza poco prima del via da Re Tadej V, ieri il volitivo danese Tobias Johannessen ha avuto l’ardire di chiedere al Sovrano se un’eventuale fuga avrebbe avuto potuto sperare nella sua clemenza. «Tadej è stato gentile — ha spiegato al traguardo Tobias — e non mi ha detto direttamente no, ma solo consigliato di provarci la prossima settimana». Il piano dell’armata Uae era già delineato, watt dopo watt. Portare Pogi al quarto successo in questo Tour su una montagna amata (il Col du Haag) ma dove nel 2023 lo sloveno aveva faticato e poi dare una spintarella verso il podio e/o la maglia bianca al luogotenente Del Toro. (Marco Bonarrigo)
REPUBBLICA
POGACAR FA IL TIRANNO
O FRANCESI SI CONSOLANO
CON IL GIOVANE SEIXAS
Nel Tour tiranneggiato da Pogacar i francesi stanno scoprendo Paul Seixas. «Si pronuncia alla portoghese, mio nonno paterno è nato lì». Figlio di due karateki, Emmanuel e Emmanuelle, il 19enne della Decathlon ha sentito un boato all’arrivo, 3° di tappa a 38” da Pogacar, mentre tagliava il traguardo assieme a Del Toro. Era il pubblico di casa che impazziva, assieme al rimbombare di un tuono in un punto imprecisato. Tutto il giorno, in cielo, nuvole dense e sole. Per i francesi si prevedono sereno e alta pressione per molti anni, questo ragazzo sa quello che vuole e non ha paura di sfidare Pogacar. Ha messo davanti Benoot sul Col du Haag, una rampa solo ciclabile che fino a tre anni fa serviva per la transumanza delle vacche verso i pascoli estivi. (Cosimo Cito)
IL GIORNALE
TOUR, POGACAR FA 25. ZAMPATA SUI VOSGI, GIALLA IN CASSAFORTE (E MAI COSI' PROVATO)
Ancora lui, sempre lui, per la quarta volta in questo Tour, per la 25ª volta in carriera sulle strade di Francia, ma per la prima volta con la fatica dipinta sul volto. Perché nonostante tutto i giorni di corsa si fanno sentire e Jonas Vingegaard (4° a 44”) ci mette tutto se stesso per provare a metterlo in difficoltà. Grande Pogacar, ma grandi tutti gli officianti di questa corsa pazzesca, che non risparmia pedalate, che non misura la forza con il bilancino, ma questi ragazzi se le danno di santa ragione convinti che l’Imbattibile abbia comunque un punto debole, che al momento non è dato vedere. Taddeo vince per la quarta volta tra il tripudio degli appassionati che invadono i Vosgi con torrenziale passione. (Pier Augusto Stagi)
L’EQUIPE
UNA MERAVIGLIA
Che dolce follia è stata lanciarsi negli ultimi centinaia di metri del Col du Haag: quel corridoio frenetico dove valeva la pena perdere uno specchietto pur di farsi strada e vivere quel momento di pura euforia. Eravamo immersi in una folla elettrizzata dalla gioia semplice di trovarsi lì, sulle strade del Tour. Un'emozione rara, che ci ha accompagnati mentre affrontavamo l'oceano umano in vetta: un vero e proprio stadio di calcio che si ergeva davanti a noi – con tanto di mucche sugli spalti superiori – incastonato in un paesaggio di rara bellezza, fatto di prati aridi, cime dalle curve dolci e pendii erbosi arrotondati che sembravano toccare il cielo e accarezzare nuvole bianco-grigie, gonfie come meringhe. (Alexandre Roos)
Se sei giá nostro utente esegui il login altrimenti registrati.