Essere un paracarro non è propriamente un complimento, in particolare se si è un ciclista, se si è uno sportivo. Nel linguaggio colloquiale, l'espressione "essere un paracarro" viene utilizzata in modo ironico e dispregiativo per indicare una persona impacciata, molto lenta nei movimenti: il contrario di agile.
Dal 2008, nel parco pubblico di Canezza, frazione di Pergine Valsugana (Tn), nella valle dei Mocheni, c’è il Museo del Paracarro, dedicato in gran parte ai ciclisti, ma non solo. A idearlo Dario Pegoretti, trentino classe 1948 (nato a Trento il 30 dicembre, ndr), per 36 anni responsabile dell’illuminazione delle strade provinciali di Trento (anche delle gallerie). «Sono sposato con le biciclette», dice di sé, visto che da una vita va in bicicletta e di corse amatoriali ne ha fatte tantissime.
Ogni paracarro è associato a un campione o a una personalità del grande ciclismo del presente ma soprattutto del passato. Parafrasando l’“Antologia di Spoon River”, potremmo dire: dove sono Costante, Gino, Fausto, Felice e Marco, il debole di volontà, il forte di braccia, il buffone, il beone, il rissoso? Tutti, tutti dormono sulla collina. Perché il “museo del paracarro” di Davide Pegoretti è davvero una sorta di “Spoon River” ad impronta sportiva.
C’è il paracarro dedicato a Fausto Coppi e quello per Bartali. Quello per Eddy Merckx e Marco Pantani, Ernesto Colnago e Fiorenzo Magni, Luison Bobet e Francesco Moser... Passeggiando lungo i vialetti delimitati dai paracarri, ci si imbatte nei grandi nomi dello sport della bicicletta, ma non solo. Ci sono anche altri sportivi come Tazio Nuvolari e Attilio Bettega, Marco Simoncelli e Jannik Sinner. Se è per questo vicino a Bartali, al quale è dedicato un paracarro di Radicofani del 1935, anno in cui Ginettaccio vinse la prima tappa al Giro da Porto Civitanova a L’Aquila, c’è Alcide De Gasperi. «Quello di Bartali è un miglio romano della Cassia dal peso di 8/9 quintali – precisa Pegoretti -. E a destra di Gino, c’è il paracarro dedicato ad Alcide De Gasperi, che nel 1948, dopo l’attentato a Palmiro Togliatti, chiese all’amico Gino, di provare a fare qualcosa di importante al Tour per provare a calmare gli animi della gente e Gino quel Tour lo vinse a dieci anni di distanza dal primo. E accanto a Bartali e De Gasperi, c’è anche un paracarro dedicato a Giuseppe Placido Nicolini, vescovo di Assisi, che contribuì a salvare tantissime vite, producendo documenti falsi per gli ebrei, che Gino nascondeva nei tubi della sua bicicletta: entrambi, come sappiamo, sono giusti tra le nazioni».
I paracarri dal 1959 sono stati messi fuorilegge: troppo pericolosi. Dal 2008 Dario Pegoretti li raccoglie, li valuta, li cataloga e li dedica alle eccellenze dello sport. In passato erano un riferimento molto utile per i viandanti. Oggi sono simbolo di un tempo andato, di strade percorse e di vite che ci hanno attraversato. «Fin quando si andava in bicicletta erano utili, segnavano la strada, le distanze, ma con l’avvento massiccio del traffico automobilistico, sono diventati davvero pericolosi, per questo sono stati sostituiti dai guardrail in metallo o da paletti flessibili in materiale plastico catarifrangenti», precisa Pegoretti.
Ad ogni paracarro è associata una targhetta, che in pratica è la scheda tecnica sulla quale è riportata la provenienza della pietra, la data e la sua composizione. Granito, cemento, legno, quelli provenienti dalle Dolomiti o dai Pirenei, ma anche dalle grandi strade delle classiche del Nord. «In pratica li ho salvati: i più belli. Quelli con forme particolari – mi racconta Dario Pegoretti -, pietre nobili, con grafie uniche li ho dedicati a corridori del passato ma anche del presente. Per esempio c’è anche il paracarro di Tadej Pogacar, che chiaramente ho posizionato vicino a Eddy Merckx, che anche recentemente ha speso parole bellissime per il campione sloveno e questi due li ho messi vicini al paracarro di un altro grandissimo del ciclismo, Ernesto Colnago, che con Merckx e Pogacar ha vinto e continua a vincere. Al momento nel parco Pubblico di Canezza, ci sono la bellezza di 350 paracarri, tutti catalogati, tutti con la loro storia, tutti dedicati ad un grande del ciclismo, ma non solo: pensi, ci sono anche quelli dedicati ad Alex Zanardi e a Jannik Sinner».
Un tempo segnavano la strada, la proteggevano, adesso che sono stati messi in pensione, continuano a segnare la nostra storia e quella di tanti che lungo le strade hanno costruito la loro leggenda: chilometro dopo chilometro. Dario Pegoretti non ha fatto altro che proteggere, restaurare e catalogare questi antichi simboli di un’età passata. Oggi sono oggetti della memoria, che in questa “Spoon River” ad impronta sportiva, hanno il potere di raccontare la storia di un tempo andato, che è ancora qui.