Tadej POGACAR. 10 e lode. Riscatta l’onta di due anni fa, quando il campione del mondo perse allo sprint dal rivale Jonas Vingegaard. Dice di non interessarsi di storia e statistiche lo sloveno, ma non c’è un giorno che non risistemi sia una che le altre. Alla fine lo dice: «Questo appuntamento ce l’avevo in mente da un po’, da quando Jonas mi ha battuto e ho onorato la presa della Bastiglia vincendo in maglia gialla». Nel giorno della presa della Bastiglia, il campione del mondo si prende la scena, con l’ennesimo colpo di classe. Non manda a brandelli la corsa, non la distrugge, ma la tramortisce, sferrando l’ennesima picconata. Per il campione del mondo è la tappa numero 24 in carriera, la numero 33 nei Grandi Giri, 124a in carriera (16a stagionale). Per lui oggi la maglia gialla numero 60, raggiunto Miguel Indurain, ora davanti ha solo Bernard Hinault (79) e Eddy Merckx (111). Ma conoscendolo, davanti a sé ha ancora qualche pagina di storia e di statistiche da aggiornare.
Remco EVENEPOEL. 9. Barcolla ma non molla. Ha la testa più dura del cemento e anche quando sembra destinato a finire alla deriva, trova sempre la forza di risalire la china. Lotta contro tutto e tutti, con la grinta dei fuoriclasse, dimostrando ancora una volta che il ruolo di leader nella Red Bull è cosa sua. Si stacca, rientra e poi sprinta con rabbiosa velocità. Vince la volata per distacco e finisce alle spalle del fenomeno. Bisogna però riconoscere che anche lui non scherza affatto.
Paul SEIXAS. 9. È sempre lì, con il migliore, confermando di non essere un intruso, ma un degno rappresentante di una categoria: di quelli nati pronti. Per quanti storcono il naso che è troppo giovane per essere qui, basti ricordare che qui ha voluto esserci lui. E quando un corridore si sente di fare una cosa, lo si deve semplicemente accompagnare. Tanto poi alla teoria segue la pratica e “le petit garçon” ci sembra già molto pratico.
Jonas VINGEGAARD. 5. È proprio vero: mai tornare dove si era stati felici. Oggi il danese deve incamerare un’altra amarezza. L’ennesima picconata che lo sloveno gli rifila. Dopo due anni, ecco la vendetta che non è servita fredda, perché il clima è infuocato. Lui in ebollizione ci va, ma nonostante questo, si mostra ancora fiducioso. «Arriveranno le salite più lunghe». Certo, arriveranno: speriamo che possa essere nella condizione – per dirla con Pantani – di abbreviare l’agonia.
Florian LIPOWITZ. 7. Non fa pedalate inutili: lui è lì. Non barcolla e non molla.
Juan AYUSO. 7,5. Fa corsa di testa e davanti ci resta. Non ha guizzi, ma nemmeno cedimenti. Concreto come pochi, tenace come pochissimi. Del Toro vive la sua giornata no, lui ne approfitta e si veste di bianco.
Mattias SKJELMOSE. 7,5. Scorta fedelmente il suo capitano Ayuso con grande efficacia. Fanno blocco unico e non si separano neanche in classifica: entrambi restano lì nella top ten.
Isaac DEL TORO. 5. Va in ebollizione e perde secondi e maglia. Scivola giù dal podio. Un brutto ruzzolone, ma è sempre in sella.
Tom PIDCOCK. 6,5. Scivola per terra, ma il britannico non si perde d’animo e non perde nemmeno tanto terreno. È ancora lì nel vivo della corsa e riuscirci oggi non era per niente semplice. Guadagna tre posizioni nella generale: adesso è 10°.
Lenny MARTINEZ. 6,5. Conosce perfettamente i propri limiti e anche oggi prova a fare un passettino in più.
Richard CARAPAZ. 7. Non raccoglie nulla, ma in un Tour di giganti, lui non è un nano. Ci prova con coraggio e solo per questo, merita tutti i nostri applausi. Anche le sconfitte hanno sapori diversi.
Davide PIGANZOLI. 7. Scorta alla grande in suo capitano, poi non si lascia andare, controlla la sua risalita e un paio di posizioni nella generale le recupera: adesso è 13°.
Javier ROMO. 7,5. L’uomo Movistar resta per lungo tempo al comando con Harold Tejada (XDS Astana): corsa da uomini duri, poi a 72 km dal traguardo, resta solo: cose da folli. Da applausi.
Matteo TRENTIN. 17. Lo ferma la febbre ed è costretto a tornare a casa. Tour di sofferenza, in un clima infuocato: difficile per chiunque “guarire” in certe condizioni.