Non la squadra più vincente, ma quella mediamente coi migliori piazzamenti. Nutrita batteria di cacciatori di tappe e corse da un giorno, che alternano picchi di forma e gregariato-leaderato, in modo da avere sempre qualcuno di performante, giungere nel finale con diverse carte da giocare e riempire la top 15, la top 10 e magari la top 5. Quella che abbiamo qui descritto è la strategia della XDS Astana. Quella applicata all’intera stagione, certo, con la clamorosa salvezza nel World Tour e l’attuale quinta posizione nel ranking UCI a squadre.
Ma anche quella concentrata nelle tre settimane del Giro d’Italia: tre successi (Thomas Silva, il primo uruguaiano di sempre al Giro, nella tappa 2 a Veliko Tarnovo, con un paio di giorni in maglia rosa; Davide Ballerini, sugli scivolosi sampietrini di Napoli nella tappa 6; Alberto Bettiol, con il colpo di classe di Verbania nella tappa 13) ma soprattutto la forte densità negli ordini d’arrivo, che abbiamo imparato a conoscere come marchio di fabbrica della più italiana tra le World Tour.
«Abbiamo allestito per il Giro una formazione ben equilibrata, variando i protagonisti e valorizzando la filiera del nostro lavoro, dalla selezione a monte dei corridori e le scelte di calendario fino alle metodologie della preparazione e le tattiche di gara» ci spiega, con chiarezza espositiva degna di un docente universitario, l’uomo dietro a tutto questo: Maurizio Mazzoleni, passato nel 2024 dal ruolo di responsabile della performance a quello di Sport Manager del team cino-kazako.
«Nei primi due terzi del Giro abbiamo raccolto il più possibile: emblematica già la vittoria di Silva in Bulgaria, col lavoro in chiusura di Harold Lopez e il lead-out di Christian Scaroni per la sua perfetta finalizzazione. Nella terza settimana abbiamo sfruttato le occasioni e ci siamo inseriti dove abbiamo potuto, coronando una “corsa rosa” solida, nella quale siamo stati in grado di suddividerci i ruoli con la massima unità d’intenti. Dai leader deputati a portare a casa un bel bottino di punti, fino a un prezioso ed esperto gregario come Arjen Livyns».
Volendo individuare delle “mancanze” da parte vostra, Lopez non è riuscito a essere l’uomo-classifica che ci si poteva aspettare e nella Cassano d’Adda-Andalo (tappa 17) avete bucato il fugone di 29 unità…
«Quello di Harold era più che altro un tentativo di curare la generale, purtroppo è stato uno dei due nostri atleti a essere colti dai virus che circolavano in gruppo (seppur in maniera meno grave di Scaroni) e ha perso minuti in diverse giornate. Comunque ha 25 anni e avrà modo di rifarsi. Sulla fuga mancata verso Andalo, ci sta che si paghino le fatiche di quasi tre settimane a tutta, e in quella stessa tappa avevamo chiesto tantissimo ai ragazzi nel tratto iniziale di pianura dov’erano già scoppiati scatti e controscatti. Ricordiamoci comunque che eravamo rimasti in sei e che, in questo Giro, il 90% di ciò che è stato detto nelle mattine sul bus siamo riusciti a eseguirlo in gara. Mica poco!».
Proviamo a cercare un altro neo: la maglia rosa di Silva persa subito al rientro in Italia.
«Ammetto che ci aspettavamo potesse tenerla fino al Blockhaus, ma in Calabria ha avuto una défaillance post-riposo messa in evidenza dal super lavoro della Movistar. Però ha mostrato subito le sue qualità sia atletiche che umane, quelle che ci avevano incuriosito quando lo osservammo in Caja Rural tra calendario asiatico e Freccia del Brabante, e che lo fanno apprezzare da tutti. Già l’indomani, infatti, ha reagito con un terzo posto sotto il diluvio di Potenza, poi l’abbiamo visto pimpante sui muri fermani, a Novi Ligure (altro podio) e a Ca’ del Poggio. A inizio stagione è stato un uomo fondamentale per Scaroni, che al Giro ha avuto modo di ricambiarlo: in quasi tutte le tappe dove Thomas si è ben piazzato, c’era Christian con lui».
Ecco, il ritiro di Scaroni è stato una nota stonata di pura sfortuna: la caduta dov’era rimasto coinvolto nella tappa di Chiavari ha in qualche modo influito o è dovuto solo al malanno?
«Quella non c’entra. Il modo in cui è rientrato poderosamente nei primi dieci dopo la caduta era il segno della sua ottima condizione. Purtroppo il momento peggiore di salute è coinciso con una delle tappe più dure, quella in Val d’Aosta, che ha presentato il conto con la salita subito in partenza e l’ha costretto ad abbandonare. Ad ogni modo, la terapia antibiotica ha funzionato e sta bene. Adesso però ha bisogno di un bel periodo di riposo per recuperare condizione: il Giro è stato il culmine di un blocco iniziato già a gennaio. Lo rivedremo a fine luglio a San Sebastian e poi forse in Polonia, di sicuro si farà trovare pronto per le classiche italiane di settembre e ottobre».
Parlando del vostro altro ritiro, come sta Davide Ballerini?
«Martedì scorso ha provato a uscire di nuovo in bici e non è escluso che, in base alla condizione, possa essere convocato per il Tour de France. Ha sbattuto forte su un marciapiede nella tappa numero 11, quella dove in seguito è caduto Scaroni e Diego Ulissi è andato a podio. Dopo aver svolto un gran lavoro per aiutare i compagni a centrare la fuga, Ballerini si è toccato con un altro corridore in una svolta a sinistra ed è andato giù: si è rotto il pollice della mano destra e ha riportato una fastidiosa contusione al quadricipite che non gli ha permesso di continuare».
La sua vittoria di Napoli è stata “una coincidenza” dovuta al maxi-scivolone nel curvone di piazza Plebiscito, che ha coinvolto pure il vostro velocista Matteo Malucelli, o non era casuale che si trovasse proprio all’interno e l’abbia scampata?
«Chiaro che il nostro finalizzatore designato era Malucelli, con Ballerini “pesce pilota”, e devo ammettere che nell’avvicinamento al traguardo si erano un po’ persi. Al contempo, era entrata in gioco la maestria di Davide sul pavè e sui terreni impervi: aveva appena effettuato un sorpasso stile-MotoGP su Stuyven e, quando è accaduto il patatrac, non era un caso che lui fosse sul lato giusto della strada. Lì si è trattato di spingere a tutta fino in fondo».
Incitato dallo stesso Malucelli!
«Al di là dei buoni piazzamenti ottenuti quando ha potuto effettivamente sprintare (ancor prima della caduta di Napoli, era andato giù in quella inaugurale ai -650 metri di Burgas) Matteo ha ripagato, con la professionalità che lo contraddistingue, la scelta di fargli correre il suo primo Giro. Siamo contenti di lui».
Abbiamo citato le vittorie di Silva e Ballerini, manca all’appello Alberto Bettiol: dove nasce il suo guizzo trionfale nella tappa 13?
«Nasce dalla presenza a Verbania della fidanzata Lisa e della famiglia di lei, che abitano proprio in quella città, ormai una “seconda casa” per Alberto. Nasce dal ritiro pre-Giro sul Teide, dove durante i massaggi mi faceva vedere ogni singola curva del finale e manifestava una gran voglia di conquistare quella tappa. Nasce dalle sue innumerevoli ricognizioni sulla salita di Ungiasca. Nasce dal lavoro da gregario per Ulissi e Scaroni qualche giorno prima, emblema dello spirito di squadra di cui parlavamo prima. Nasce dal giorno prima verso Novi Ligure, dove si è testato “in sordina” sul Bric Berton. Quando Bettiol dà il 100% in quel modo, non si batte».
Dulcis in fundo, cosa ci dice del suo "alter ego" (entrambi toscani d’esperienza, spesso al servizio di Scaroni sia in XDS Astana che in Nazionale, ma ancora in grado di prendersi soddisfazioni personali) Diego Ulissi?
«Ottavo a Cosenza, terzo a Chiavari quando ha ricevuto l’ok dai direttori sportivi e da Scaroni, è per noi un punto di riferimento assoluto che conserva intatto lo spirito della vittoria».
Sul tema cadute, infine, nel nostro podcast BlaBlaBike dopo l’avvio bulgaro del Giro lei aveva sottolineato l’importanza di una migliore comunicazione preventiva tra organizzatori e squadre per evitare finali sconsiderati: cosa pensa dei fatti di Milano, con Vingegaard a farsi portavoce del gruppo ottenendo la neutralizzazione dei tempi a 16 km dall’arrivo?
«Ribadisco: prevenire! Meteo e percorsi oggi di conoscono in anticipo, le legittime rimostranze del caso si possono e si devono avanzare il giorno prima. Non mettersi a “trattare” in piena corsa una volta entrati nel circuito, a meno di pericoli assurdi e imprevisti. Scene e decisioni come quella sono un danno d’immagine per il ciclismo e chi lo segue con passione. Ci dev’essere una comunicazione più efficace, bisogna saper parlare in anticipo».
Concludiamo proiettandoci al prossimo grande obiettivo: cosa ci dobbiamo aspettare da voi al Tour?
«Rispetto al Giro, al Tour le tappe tendono a rispettare maggiormente il copione. Quindi saremo un po’ meno improntati ai corridori “misti” e lavoreremo di più sulle caratteristiche “specializzate”. Avremo un uomo classifica da top-10 generale come Tejada e in volata punteremo su Kanter con Teunissen. Decideremo la formazione definitiva nelle prosime ore».
da tuttoBICI di giugno
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