Gianni Traini non era un tiralento. La prima corsa, nel 1969, ad Ascoli. La Legnano dello zio, il casco in pelle a strisce e il tesserino falso, perché aveva 12 anni, troppo pochi per gareggiare. Gianni finì in gruppo. Ad accompagnarlo, suo padre Bruno (che nelle Marche si pronuncia Vruno), il falsario.
Se tutto - la scintilla, il fuoco, il Big Bang – cominciò con Mondo, tutto avrebbe preso forma, sostanza, senso con Gianni. Perché se Mondo si limitava a restare in casa o al bar, ad ascoltare e a discutere, o a stare davanti alla tv o eccezionalmente ai bordi della strada, Gianni si avventurava sulla bicicletta e nel ciclismo, cioè romanzi e poesie, teatro e cabaret, circo e thriller, scosse di brividi e pelle d’oca, ricordi sensoriali indelebili, visivi olfattivi tattili vocali e perfino gustativi. Quell’ambiente, quell’atmosfera, quell’aria, ma anche quei colori e quei tessuti, quegli odori e quelle parole, quelle borracce e quei panini. Non se li sarebbe più dimenticati.
“Mentalmente – spiega Gianni Traini – sono rimasto negli anni Settanta”. Gli anni di Felice Gimondi ed Eddy Merckx, della Scic e della Brooklyn, dei capitani e dei gregari, dei cappellini alla belga e delle banane nelle tasche. “Sono rimasto ai messaggi di fumo, ai passaparola, alle comitive. Sono rimasto anche alle corse il giorno del santo patrono, ai giornali gratis sui frigoriferi dei bar, al Giro d’Italia con i tappi. Sono rimasto al ‘Processo alla tappa’ di Sergio Zavoli, alle Tre Cime di Lavaredo con Giancarlo Polidori divorato dal Cannibale Merckx al Giro del 1968, al Carpegna scalato a piedi al Giro del 1974”.
Finché nel 2017, forse annunciato da un invisibile messaggio di fumo o da un silenzioso passaparola di desideri, il sogno divenne progetto, e subito creazione, lavoro, opera. Maglie, pantaloncini, completini, caschi, scarpe, maglioni da allenamento, tute, berretti, accessori. Quelli di una volta. Fatti come una volta. Tali e quali. Un viaggio nel tempo, in una macchina del tempo. Il nome? Facile, semplice, immediato: Tiralento.
“Le maglie – spiega Traini – oggi sono irriconoscibili, indistinguibili, allora erano bandiere, simboli, icone. La più complicata? Quella della Brooklyn, composta da tre pezzi, in gabardine. La più richiesta? Quella della Molteni, ma anche quella della nazionale del Belgio. Quella cui sono più affezionato? Quelle di Francesco Moser”. E oggi, più che un catalogo delle maglie, sembra un album di famiglia. “Per i pantaloncini – continua Traini -, per avere lo stesso effetto, sono dovuto andare a reperire la lana cotta che non esiste più. Per le scarpe, per avere la stessa morbidezza, ho dovuto trovare le macchine antiche, salvandole da rottamazioni o recuperandole da svendite, e poi con il prezioso aiuto di Massimo, cugino di parentela e fratello di passione, calzolaio di antica tradizione che queste macchine conosceva e su cui aveva lavorato, scovare chi queste macchine sapesse aggiustare o ricordare come fosse fatto un pezzo mancante”.
Tanta ricerca, ma anche tanta passione, è stata capita qua e là, un po’ dovunque, Giappone, Taiwan, Stati Uniti… “Se volete risparmiare, avverto i miei clienti, non venite da me. Ma se cercate qualità, identità, rispetto della tradizione, coerenza stilistica dalla testa ai piedi, allora affidatevi a Tiralento. Qui si fa tutto a regola d’arte e mestiere, senza inseguire numeri”. Si chiama Tiralento, non Tiratanto o Tirapresto o Tiratardi (e se fosse un corridore, forse sarebbe… Tiralongo). L’agilità di oggi con i profumi di ieri. Tant’è che per consultare le collezioni, magari ci si arriva con il passaparola, ma poi si può studiare tutto sul sito Internet: www.tiralento.it.
(fine della seconda puntata – continua)
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