Quella volta che – era il febbraio 1937 - salì in bici a Firenze e ne scese a Milano per sbrigare qualche affare, al ritorno fu fermato e multato a Bologna per divieto di transito, poi sulla Futa fu investito da una nevicata, tornò a Bologna, dormì da amici, il giorno dopo rifece la Futa e arrivò a casa con quasi 40 di febbre.
Quella volta che prese il treno a Firenze, scese a Milano, entrò nella redazione della “Gazzetta dello Sport” e poi nella stanza del direttore, a Gianni Brera scroccò cinque o sei Gauloises senza filtro, e gli domandò: “Pensi sempre che io sia troppo vecchio per il Tour?”. Era il 1948. E avrebbe conquistato il Tour. Anzi: riconquistato, dieci anni dopo la prima volta.
Quella volta che andò a Roma, si diresse a Palazzo Chigi, fu ricevuto dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, che gli chiese che cosa gli sarebbe piaciuto come ricompensa proprio per quella vittoria in Francia, lui rispose “Eccellenza, se è possibile, vorrei non pagare le tasse, per un solo anno”, a rispondergli non fu De Gasperi, ma il suo segretario Giulio Andreotti, “No, questo non si può fare”, e allora lui rinunciò a qualsiasi desiderio, a qualsiasi richiesta.
Quella volta che al Giro d’Italia 1954, all’arrivo dell’Abetone-Genova di 251 km, avvicinato dal giovane telecronista Adriano De Zan per un’intervista in diretta, sostenne che “La televisione non interessa a nessuno” e rinunciò, eppure l’anno successivo la Rai gli propose un ingaggio come opinionista e lui accettò.
Il Pio, il Giusto, il Vecchio. L’Intramontabile, l’Inossidabile. L’Uomo di ferro. Gino Bartali, Ginettaccio, padre della patria e del ciclismo, il Garibaldi in bicicletta. Sergio Meda era stato appena assunto dalla “Gazzetta dello Sport” quando fu inviato alla Sei Giorni di Milano per intervistare Bartali. Gli disse “signor Bartali” e Bartali, sgridandolo, gli impartì la prima lezione: “Nel ciclismo ci diamo tutti del tu”. Cinquantatrè anni dopo, Meda dedica a Bartali un libro prezioso, missione difficile dopo tutto quello che è stato scritto su Ginettaccio, a cominciare da Bartali e da suo figlio Andrea, passando per Curzio Malaparte e Dino Buzzati, Mario Fossati e Guido Vergani, solo per dirne quattro. Un libro prezioso perché, seppure selezionato e concentrato, c’è tutto; perché, da giornalista novecentesco sconfinato nel Duemila, Meda custodisce e applica serietà, rigore, equilibrio; e forse perché, non rivolgendo sempre le stesse domande e così non ricevendo sempre le stesse risposte, Meda ha scavato e riscoperto. Lo specchio dell’anima non è poi così misterioso.
Meda scrive anche della celebre borraccia, “in realtà una bottiglia d’acqua”, Tour de France 1952, foto di Carlo Martini sull’Izoard. E anche qui, soprattutto qui, si rivela l’equilibrio della ricostruzione storica. “Va detto che Gino ha sempre avuto l’accortezza, quando un tifoso gli chiedeva conto di quel gesto, di domandargli se parteggiasse per lui o per Fausto. Conosciuta la risposta, confermava al tifoso di Coppi che era stato Fausto a passargliela; invece, se era suo tifoso, lo tranquillizzava dicendo: ‘Sono stato io’”.
Il libro s’intitola “Un uomo per bene” (Edizioni francescane italiane, 184 pagine, 15 euro). Un titolo su misura anche per l’autore.
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