Possiamo chiamarle prove tecniche di trasmissione, schermaglie, assaggini preliminari. E allora ci sto. Ma per piacere non definiamo prova di forza quella di Vinge e Pellizzari, perchè a dirla davvero tutta sembra più una prova di debolezza. O in modo più contorto, di forza però non abbastanza forte.
Quando decidono di muoversi, se decidono di muoversi, due superfavoriti di un grande Giro non buttano via un'occasione simile per segnare subito il territorio, come cani da guardia. Collaborano – come hanno collaborato, il che è ancora peggio – e alla fine si giocano la tappa, guadagnando subito qualche secondo, più pesante come messaggio al gruppo che come impronta di classifica. Si trovano lì alla perfezione, in un finale mosso e bagnato che di certo non favorisce chi rincorre, eppure riescono a farsi riprendere. Niente di trascendentale, non è una tragedia, ma comunque non è un segnale di forza. Poi lo sappiamo che manca ancora tutto il Giro, che restano infinità di chilometri e di ostacoli, che verosimilmente alla fine i due avranno dei quarti d'ora di vantaggio. Ma resta il fatto che il primo segnale non va preso con toni trionfalistici: fa bello il Giro, perchè in una tappa inaugurale comunque mette subito in vetrina la sua argenteria migliore, ma in assoluto vale come l'oro del Giappone. Resta più delusione che esaltazione.
E già che ci sono, tanto per solleticare l'astio dei ringhiosi, scomodo per paragone il sommo Teddy: non c'è controprova, eppure scommetterei la casa che lui nella stessa situazione non si sarebbe fatto riprendere, proprio per niente, andandosi a vincere la tappa, o comunque qualche secondo dimostrativo che fa sempre morale.
Resta inteso: nemmeno questa stecca finale di Vinge e del Pellizza va sopravvalutata, non è la fine del mondo. Ma più che altro, non va raccontato come uno show. Se vogliamo chiamarlo col suo vero nome, è un colpo a salve, tanto rumore senza centrare alcun bersaglio. Buono per smuovere l'interesse, fasullo come attacco di classifica.
Siamo troppo schizzinosi? Non proprio, non direi. E' pur vero che in questo Giro bisogna prendere quello che arriva, quello che passa il convento, e cara grazia se alla secondo tappa si muovono là davanti un Vinge e un Pellizza. Ma non è che improvvisamente diventiamo così poverini da prendere tutto per oro colato. A livello di gusto e di spirito critico abbiamo sempre qualcosa da dire, più che altro abbiamo ancora occhi per vedere. E per pesare.
Allora diciamola così: grazie Vinge e grazie Pellizza per non esservi nascosti, per averci provato, per aver colto la palla al balzo del primo strappo. Però fermiamoci qui. Con questa concorrenza, con una Uae praticamente decimata, il risultato non è pari alle premesse. Per chiamarlo col suo nome, è un rigore sparato sul terzo anello. Ma i rigori non si sprecano.