E’ ancora senza confini il Giro d’Italia, primo appuntamento stagionale con le grandi corse a tappe: si scatta l’8 maggio dalla Bulgaria, anche questo un inedito assoluto come del resto gli ultimi tre precedenti (Israele, Ungheria e Albania) in una lista di partenze dall’estero che si allunga a quota sedici. Meno cattivo di quelli visti in passato, il percorso propone sette arrivi in salita (Blockhaus e Corno alle Scale la prima settimana, Pila la seconda, Carì in Svizzera, Andalo, Piani di Pezzè dopo quattro passi dolomitici e Piancavallo l’ultima) e una sola crono di 40 chilometri in Versilia, concentrando la maggior parte dei suoi 5mila metri di dislivello nella terza settimana. A parte Vingegaard, a caccia dell’unico grande giro che manca alla sua collezione, mancano sia i big da corse a tappe (Pogacar, Evenepoel e l’astro nascente Seixas) che quelli da grandi classiche (Van der Poel, Van Aert e Pedersen, maglia ciclamino un anno fa). Ventitré anche quest’anno le squadre al via, all’Italia mancano il successo da dieci anni (Nibali 2016) e il podio da cinque (Caruso nel 2021). Ecco le dieci facce che il 31 maggio puntano a sfilare in rosa a Roma.
Jonas Vingegaard. Vince perché è uno di quelli che pedala una spanna sopra agli altri, perché entrare nel club di chi ha vinto i tre grandi Giri è una motivazione fortissima, perché ha il terreno ideale per farlo. Non vince perché anche sulla strada delle vittorie più scontate spuntano imprevisti.
Giulio Pellizzari. Vince perché non ha nulla da perdere, perché un anno fa da gregario ha chiuso al sesto posto, perché è un ragazzo che impara in fretta e ogni volta si migliora. Non vince perché il suo compagno Hindley si risveglia dal letargo e gli tocca aiutarlo.
Egan Bernal. Vince perché è l’unico con Hindley a esserci già riuscito, perché correre sulle strade italiane gli piace molto, perché nelle ultime uscite è apparso più vicino a quel che era prima dell’incidente. Non vince perché rispetto ad altri gli manca ancora qualcosa.
Derek Gee-West. Vince perché il tracciato si sposa alle sue caratteristiche, perché un anno fa si è fermato ai piedi del podio, perché ha una squadra tutta per lui e Ciccone può rivelarsi un’ottima arma tattica. Non vince perché serve regolarità e lui un giorno negativo lo trova sempre.
Enric Mas. Vince perché i debuttanti hanno sempre un occhio di riguardo dalla sorte, perché in stagione ha corso poco ed è fresco, perché è uomo di montagna e al Giro il terreno non gli manca. Non vince perché essere un ottimo piazzato non significa essere anche vincenti.
Damiano Caruso. Vince perché in otto partecipazioni metà le ha chiuse nei primi otto, perché se arriva all’ultima settimana in classifica diventa dura toglierselo dai piedi, perché rispetto a Buitrago dà più garanzie. Non vince perché a quasi 39 anni l’età comincia a farsi sentire.
Ben O’ Connor. Vince perché ha già respirato l’aria dell’alta classifica al Giro e al Tour, perché è uno che non teme le tappe dure, perché gode della completa fiducia della sua squadra. Non vince perché nei grandi giri serve regolarità e lui non sempre ce l’ha.
Felix Gall. Vince perché si è inserito in pianta stabile nella top ten dei grandi giri, perché ha l’età giusta (28 anni) per cominciare a farlo, perché è un altro che nell’ultima settimana può dire la sua. Non vince perché ha un solo precedente in Italia e nelle crono non è un drago.
Adam Yates. Vince perché nei grandi giri ha assaggiato spesso la top ten, perché come il gemello Simon un anno fa si presenta a fari spenti, perché in assenza di Pogacar può tornare a recitare da leader. Non vince perché far classifica da soli non è come riuscirci aiutando un fenomeno.
Michael Storer. Vince perché questa è la grande corsa a tappe che gli riesce meglio, perché è uno di quelli che ti resta incollato fino all’ultimo, perché è capace di difendersi su tutti i terreni. Non vince perché il salto da piazzato a vincente per uno come lui è ancora lungo.