Che cos’è una corsa se non una cronaca, tante storie, un romanzo, cento capitoli, un indice di nomi e squadre, una bibliografia infinita?
Che cos’è una corsa se non una sola partenza e tanti arrivi, oppure una sola partenza e un solo arrivo se si tratta dell’arrivo di un gruppo compatto, ma anche tante partenze se si tratta di una partenza alla francese, ma fra partenza e arrivo si moltiplicano fughe e inseguimenti, rifornimenti e perfino soste, chissà se esiste ancora la sosta dedicata alla pipì.
Che cos’è una corsa se non liste, la lista degli iscritti, la lista dei partenti, la lista dell’ordine d’arrivo ed eventualmente anche la lista della classifica generale, la lista di tutte le altre classifiche, quella dei traguardi volanti e quella dei gran premi della montagna, quella a punti e quella a squadre.
Che cos’è una corsa se non il primo il secondo e il terzo, a cominciare dall’alto ma anche dal basso, l’ultimo il penultimo e il terzultimo, a me piacciono molto gli altri primi, gli altri podi, quello riservato al più giovane, al meno giovane, al corridore che arriva da più lontano, alla squadra più numerosa.
Che cos’è una corsa se non una speranza o un sogno, un obiettivo o un appuntamento, un evento o una festa, una curiosità o una voglia, le farfalle nella pancia o la pelle d’oca, una scossa di brividi o una scarica di adrenalina, un precipizio giù per le scale di casa o un’attesa sul ciglio della strada, un’occasione per prolungare quell’istante all’infinito in una foto o in un video, insomma, un’illuminazione o una promessa, magari una borraccia.
Che cos’è una corsa se non le staffette della polizia e le raccomandazioni del servizio d’ordine, le ammiraglie e il camion-scopa, le transenne e gli striscioni, i panini e le salamelle, il sudore e la polvere, il sole o la pioggia, comunque il venti, il vento dei corridori in assenza di quello meteo.
Che cos’è una corsa se non, finalmente, l’urlo “arrivano” con mille punti esclamativi dopo altrettanti punti interrogativi.
Che cos’è una corsa se non quel senso di vuoto, profondo, incolmabile, malinconico, che ci invade appena la corsa è passata, volando, e non può essere neanche rincorsa, pur volando.
Che cos’è una corsa se non una scoraggiante serie di norme stradali e federali, amministrative ed economiche, comunali e regionali da osservare, rispettare, verificare.
Domenica 5 aprile si corre la cinquantesima edizione della Coppa Caduti di Reda, amichevolmente la Roda Reda, familiarmente la corsa di set strepp, sette strappi un po’ zampellotti e un po’ muri comunque salite, per under 23 ed elite, partenza e arrivo a Reda di Faenza, 148,3 km e 1810 metri di dislivello, i sette strappi si chiamano Monte Carla, Monticino, Vermelli, Pergola, Cima Agello, Monte Brullo e San Biagio Antico (però il Monte Carla si fa tre volte, così il totale è nove). E’ la corsa di Picio, all’anagrafe Giovanni Calderoni. E così è anche la corsa del nostro cuore.
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