CAMILLO BERTARELLI, IL RAGAZZO CHE IMPARO' A CORRERE ASCOLTANDO IL CANTO DEI TRENI

STORIA | 12/03/2026 | 08:21
di Silver Mele

Ci sono storie che non si leggono nei libri ma si respirano nella polvere, come certe albe d’inizio Novecento quando il mondo si svegliava piano e il ciclismo era ancora un sogno ruvido, fatto di catene arrugginite, di ruote pesanti come ferri di aratro, di strade dure come la vita. Allora la bicicletta non era uno sport: era un rito primordiale. Una liturgia sudata e fragile, un patto tra un uomo e il proprio limite.


In quell’Italia ancora giovane, che odora di carbone, di pane e di pioggia, nacque Camillo Bertarelli, figlio di un capostazione lombardo che nel marzo 1886 si trovò, per volere dei binari, nella Piana del Sele. Capaccio-Paestum gli regalò il primo respiro, ma fu il padre a regalargli il primo ritmo. Perché Camillo non nacque semplicemente: fu “accordato” al mondo. Il suo vagito si confuse col fischio di una locomotiva, e il suo cuore imparò a battere con il ta-ta… ta-ta… dei treni in corsa.


Tra i binari nacque la sua fame di distanza. Ogni bambino ha un orizzonte preferito: quello di Camillo era la linea d’acciaio che tagliava la campagna. I convogli gli passavano davanti come bestie sbuffanti, e lui cercava di seguirli con gli occhi, poi con i passi, infine con quello che avrebbe fatto la differenza: la volontà di non fermarsi mai.

Quando la famiglia tornò a Milano, quel battito da locomotiva lo portò dritto in sella. La bicicletta fu la sua seconda culla, la strada la sua prima verità. E aveva la fortuna — o il destino — di appartenere a una stirpe di pionieri: il fratello Luigi Vittorio, fondatore del Touring Club Ciclistico Italiano, geografo, esploratore di grotte e di mappe; l’altro fratello Attilio, che Camillo trascinò sulle ruote come si trascina chi si ama verso la vita. E poi Achille, industriale e collezionista, che gli mostrò il lato nobile delle passioni.

Bertarelli non apparteneva a una famiglia: apparteneva a un’idea. L’idea che viaggiare, scoprire, pedalare fosse il modo più umano e puro di esistere.

Strade di polvere, pietre come forbici, giorni infiniti: il ciclismo dei primi del ’900 non perdonava. Era un assolo di fatica: cambi mancati, sedie di cuoio che bruciavano le schiene, strade che ti segnavano il viso come uno scalpello. Camillo scelse quel dolore come si sceglie un maestro esigente. E lui, quel maestro, lo ripagò con gloria.

14º al Giro del 1913, 8º al Tour dello stesso anno, primo italiano, primo tra gli Isolati, secondo al Giro di Lombardia 1916, terzo alla Milano-Sanremo 1917, dopo quasi 13 ore di battaglia, con Girardengo che gli strappò il secondo posto all’ultimo respiro, terzo alle Tre Valli Varesine 1920, cento altre fatiche, cento altre albe, cento altri arrivi al tramonto.

Pedalava così forte che a volte pareva non toccare terra. Altre volte, invece, la terra se lo prendeva tutto: forature, cadute, fame, sete, notti così buie che anche la luna temeva di guardare.

E poi la guerra — quella sì, la salita più crudele. Bersagliere ciclista sul Monte Grappa, ferito, strappato alla strada e riconsegnato alla vita per miracolo.

Artigiano del metallo, poeta delle ruote: quando abbandonò le corse, Camillo non abbandonò la bicicletta: la reinventò. Diede al ferro una voce, un nome, una firma. Ogni telaio che usciva dalle sue mani aveva dentro un’ombra di treno e un grammo di eternità.

Morì nel 1982, in una Milano che aveva smesso da tempo di assomigliare a quella che lo aveva visto crescere. Ma certi uomini non invecchiano: si sedimentano nella memoria come la polvere sui vecchi velodromi.

E ancora oggi, quando una ruota sibila, lui è lì. Camillo Bertarelli non fu solo un ciclista: fu una nota musicale sulla lunga partitura della strada. Un accordo tra velocità e destino, tra treni e tempeste, tra polvere e sogni.
 
Fu il ragazzo nato per caso in una stazione del Sud e diventato per scelta uno dei primi italiani a illuminare il Tour, a sfidare Giganti, Pirenei, Alpi, sfidare sé stesso fino alla soglia dell’impossibile.

E oggi, se chiudi gli occhi, lo puoi ancora vedere: curvo sul manubrio, gli occhi pieni di orizzonte, la fatica che non chiede pietà, e quell’antico ritmo ferroviario — ta-ta… ta-ta… — che lo accompagna come un vecchio compagno di viaggio. Perché ci sono uomini che non smettono mai di correre. Continuano a pedalare dentro di noi, ogni volta che la vita ci mette una salita davanti.

Camillo era uno di loro. E lo sarà per sempre. 


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