Filippo Baroncini avrebbe tutto il diritto di essere stanco e arrabbiato: da quando è passato professionista, nel 2022, si è rotto tre volte il radio, una volta la clavicola, il polso e il gomito, e il 6 agosto scorso, al Giro di Polonia, ha rischiato seriamente di finire la carriera spaccandosi vertebre, clavicola e viso. Eppure il ragazzo che ha parlato con noi qualche giorno fa è sereno e motivato come non mai. Forse perché, stavolta, ha rischiato davvero grosso, e poter raccontare del suo recupero e delle prospettive per il 2026 è quasi un lusso, considerando come era messo. Il romagnolo della UAE Team Emirates-XRG, dopo lo scontro con un muretto in discesa al Polonia, è rimasto alcuni giorni in coma indotto e solamente dopo un mese di interventi e riabilitazione ha potuto lasciare l’ospedale Niguarda di Milano.
In bici ci è salito per la prima volta a fine ottobre e in questi mesi ha fatto passi da gigante. “Pazienza” è la parola d’ordine, ma Baroncini è corridore testardo, gli possono rompere qualsiasi osso, ma poi torna sempre in piedi. Vale la pena ricordare che nel 2021 è stato campione del mondo tra gli U23 e nel giugno del 2025, poche settimane prima della brutta caduta polacca, aveva vinto il Giro del Belgio. Sul suo stato di whatsapp campeggia la parola “RESILIENZA” in maiuscolo, scritta nel 2017, quasi un preludio a quanto gli sarebbe servito in questi suoi primi anni di carriera professionistica.
Filippo, che Natale hai passato?
«Bellissimo. Mi sono messo ai fornelli, ho cucinato cappelletti, lasagne, del lesso e un arrosto per la mia famiglia. Mi è sempre piaciuto cucinare, e quest’anno l’ho fatto ancora più volentieri. Dopo quello che mi è successo il 6 agosto, ho capito che, alla fine, contano le piccole cose, l’amore della famiglia, della morosa e degli amici».
Hanno sofferto con te in queste settimane.
«La cosa peggiore è pensare che avrei potuto lasciare un vuoto nella mia famiglia. L’idea di far soffrire chi ami ti spezza dentro».
Però sei qui, rinvigorito, e reduce da un ritiro con la squadra più forte del mondo, la UAE Team Emirates-XRG.
«Questo è stato ovviamente un ritiro un po’ differente, c’è stato più da soffrire, però già essere coi miei compagni a pedalare è stata una bella felicità. L’ho finito con un grande morale, perché da quando sono tornato in bicicletta ho sentito che le cose andavano meglio giorno dopo giorno e ora ho raggiunto un livello discreto».
Quanto ci vorrà per rivederti a pieno regime?
«Ci vuole ancora un po’, sto facendo lavori specifici ma su alcuni aspetti, ad esempio il fondo, sono ancora indietro. Il sistema aerobico non è ancora tornato come prima e di conseguenza anche la resistenza: una volta ritrovate queste cominceremo a spingere con regimi un po’ più alti».
La cosa che ti preoccupa di più?
«Preoccupazioni non ne ho più. So solo che ci vogliono tempo e pazienza per ritrovare il mio livello. Quando e come non si sa, ma i passaggi che potevano darmi più preoccupazioni, come la mobilità e la forza, me li sono già messi alle spalle. Schiena e postura stanno migliorando, avevo perso 14 chili, quando sono uscito dall’ospedale sembravo uscito da un campo di concentramento, e li ho ripresi praticamente tutti. So che questo è un periodo in cui dovrò lavorare più degli altri, ma va bene così, la bacchetta magica non ce l’ho. Con gli anni ho imparato ad avere pazienza, ora ce ne vorrà ancora di più. È un recupero diverso dagli altri infortuni, perché se lì mi dicevo “che sfiga, un’altra caduta”, stavolta sono consapevole che poteva andare molto peggio, quindi nella sfiga ho anche avuto fortuna».
Anche le fratture alla faccia non devono essere facili da digerire…
«Sì, ci ho messo un po’ di tempo ad accettare di guardarmi allo specchio, mi innervosivo. Tra cicatrici e deformazioni ero gonfissimo, non mi riconoscevo… ma anche lì, pian piano, sto cominciando a rivedere quello che ero prima».
Da quando sei professionista la fortuna non ti ha mai assistito. Ti chiedi mai “cosa ho fatto di male per meritarmi tutte queste cadute”?
«Sì, continuamente. Ma sono convinto che il cerchio prima o poi si deve chiudere. Non voglio essere ricordato per quello che cadeva sempre o che si è rotto tutto, ma voglio che la gente parli di me per quello che sono riuscito a fare nello sport. Sento di avere le possibilità per far qualcosa di buono, l’ho anche già dimostrato quando stavo bene. Non posso immaginare di terminare la carriera con l’idea che il ciclismo mi abbia tolto qualcosa, invece che darmelo. Mi chiedo se ne valga la pena, ma la risposta è sempre “sì, ne vale la pena”, perché la passione per questo sport è troppo grande ed è da quando sono bambino che combatto per essere in questa posizione. La motivazione e la voglia di lasciare il segno sono troppo forti per potermi arrendere».
In queste situazioni, almeno, ti rendi conto di quante persone ti vogliono bene.
«Sì, e non posso fare altro che ringraziare tutti coloro che in quelle settimane difficili mi sono stati vicini e hanno reso più leggere giornate infinite. La mia famiglia mi è stata sempre accanto, ma anche il mio manager Luca Mazzanti, era lì ogni singolo giorno. E poi tutti quelli che sono passati a trovarmi, amici di sempre (Covi gli ha portato una playstation, ndr) e chi magari è venuto un po’ a sorpresa, come Ivan Basso o il presidente Cordiano Dagnoni. La squadra è stata straordinaria, il Presidente Matar è venuto dagli Emirati solo per accertarsi delle mie condizioni».
Pochi giorni dopo la caduta, la UAE ha annunciato il tuo rinnovo fino al 2027.
«Mi trasmettono una grande tranquillità. Non mi mettono fretta, pensano solo al mio pieno recupero dandomi il massimo supporto. Non era per nulla scontato».
Hai un po’ di timore a tornare in gruppo?
«In realtà no. Anche durante il ritiro, in discesa, rimanevo tranquillamente a ruota dei miei compagni. Dopo incidenti come questo bisogna saper resettare e credo di essere riuscito a farlo».
Cosa prevede ora il programma di recupero?
«Non posso pormi obiettivi a lungo termine, sto cercando di alzare l’asticella settimana dopo settimana, migliorando potenza e durata. L’ostacolo più grande, il pranzo di Natale, l’ho superato (ride, ndr), ora sono alle isole Canarie con la mia morosa Alessia che, dopo quanto ha fatto per me in queste settimane, si merita un po’ di relax. Sto qui una decina di giorni, sfrutto il bel tempo e cerco di fare un po’ di fondo, confrontandomi comunque sempre con squadra e preparatore».
Quando prevedi di rientrare?
«Come detto il primo obiettivo è quello di tornare ad essere me stesso. Una volta ritrovata la performance allora potremo cominciare a parlare di un rientro alle corse, ma al momento non abbiamo date certe, non sarebbe giusto programmare una data precisa. Per ora sto comunque bruciando le tappe, nessuno si aspettava che a dicembre mi allenassi già coi miei compagni, quindi sono fiducioso. In cuor mio spero di essere in gruppo a marzo, ma di certezze - lo ripeto - non ce ne sono».
Hai il desiderio di essere a qualche gara specifica?
«No, non ho interessi, che sia il Giro delle Fiandre o la peggior corsa del calendario, l’unica cosa che cerco è il corridore che ero prima della caduta. A quel punto so per certo che sarò felice».
da tuttoBICI di gennaio