Un capolavoro, quei Mondiali del 1968. Il percorso, gli spettatori, l’incasso, i risultati – un oro con Vittorio Adorni, due bronzi con Michele Dancelli e Morena Tartagni -, perfino il tempo fu magnifico. Merito di una squadra, dagli amministratori agli albergatori, dai volontari ai transennisti, dai federali ai giornalisti, dagli industriali agli artigiani. Ma se non ci fosse stato lui, a dirigere l'orchestra e il coro, l’organizzazione e il traffico, quei Mondiali ci sarebbero stati comunque, ma altrove. E non così. Non a Imola.
Nino Ceroni, che se lo chiami Giovanni neppure si volta, è un piccolo grande uomo. Piccolo di taglia, e gli anni – quasi 99 - hanno pure limato qualche centimetro, ma grande di intuizioni e idee, voglia e volontà, coraggio e curiosità. E finalmente, con Massimo Marani, ha deciso di raccontarsi. Il libro s’intitola manzonianamente “Questo Mondiale s’ha da fare” (Bacchilega, 144 pagine, 30 euro) e c’è anche altro, prima e dopo il Mondiale.
La passione per il calcio, portiere dell’Imolese (e Hermann Felsner, allenatore austriaco del Bologna, alla fine di un’amichevole gli disse “bravo”), fra campi disastrati (“Si trovava una botte segata a metà, con l’acqua, per lavarsi dopo la partita: metà per gli ospiti, metà per noi”, “Ma altri andavano a sciacquarsi nel canale, poco più in là, dove c’era il lavatoio delle donne”) alla Compagnia atleti (“C’era anche Alessandro D’Ottavio, il mediomassimo di pugilato che è stato medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Londra del 1948, un vero e proprio armadio”), e fra gli incontri anche quello con l’olimpionico della marcia Pino Dordoni al Centro addestramento reclute (“A giorni alterni, dovevamo andare dall’Ufficiale di giornata per farci assegnare un uomo da noi controllato che, armato di ramazza, aveva il compito di pulire il loggiato attorno al cortile”), dagli allenamenti specifici (“Saltavo a piedi pari un metro, come fosse niente”) fino al fatidico incontro con Giovanni Viola, che sarebbe diventato portiere della Juventus e della Nazionale (“Vedendolo, ho capito che non sarei mai diventato un grande portiere. Ero bravino, sì, ma da quel giorno qualcosa è cambiato”).
Meglio così. Perché, convinto da Luciano Pezzi (da gregario di Fausto Coppi a direttore sportivo di Vittorio Adorni e Felice Gimondi), Nino entrò nella Us Imolese di ciclismo e cominciò a dirigere corridori e organizzare corse: il Campionato italiano di ciclocross, la Coppa Placci e, appunto, il Mondiale. Che storia: la ripicca per l’edizione scippata da Salò nel 1962, il coinvolgimento dei quotidiani sportivi (prima “Stadio” con Luigi Chierici, poi “La Gazzetta dello Sport” con Rino Negri, quindi “Tuttosport” con Giovanni Ambrosini), la sintonia con il sindaco Amedeo Ruggi, il coinvolgimento di Diego Ronchini, l’accordo con la Salvarani, ma anche i pass con le Polaroid, i viaggi in ambulanza, una mostra filatelica e una bici d’epoca, le tv della Germanvox per la prima volta disposte lungo il percorso, le tribune regolari e le palafitte abusive, i tortellini fumanti della Gris 2000, i 60 milioni di lire dimenticati nel cassetto di una stanza d’albergo, la giacca in renna della Groenlandia regalata alla campionessa mondiale Cornelia Hage e il kilt scozzese a Morena Tartagni, l’ammiraglia della Nazionale italiana rimasta a secco e sostituita da una Campagnolo dell’Esercito italiano…
Molto avrebbe fatto, Ceroni, anche dopo il Mondiale: altre Placci, altri campionati tricolori, tappe di Giri d’Italia uomini, donne e dilettanti, perfino una Sei Giorni a Bologna. A rendergli omaggio e giustizia qui si uniscono Davide Cassani nella prefazione e, nei ricordi, Vitaliana Adorni, Marino Amadori, Silvano Antonelli, Raffaele Babini, Giancarlo Ferretti, Giuseppe Figini, Gian Paolo Luppi, Renato Di Rocco, Gino Sala e Francesco Moser. “Il ciclismo – confida Ceroni – era la mia unica grande passione”. Una passione spassionata. Nino dice che a parte “qualche foto, una medaglia e un boccale, tutto il resto è nei cassetti di altre persone che non hanno fatto un tubo”. Adesso c’è questo libro. Vale tantissimo.
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