MOSER. «IN QUESTO NATALE DIVERSO, AUGURO AL CICLISMO ITALIANO DI TORNARE AI VERTICI»

INTERVISTA | 25/12/2020 | 08:40
di Francesca Monzone

Tra i nomi più importanti del ciclismo italiano c’è quello di Francesco Moser. Arrivato al ciclismo grazie ai fratelli maggiori, in bici ha vinto tanto, anzi con le sue 273 vittorie,è il corridore italiano più vittorioso di sempre. E’ stato unico, Francesco Moser, capace di vincere su qualunque terreno, dal Giro d’Italia alle Classiche, con la maglia di Campione del Mondo conquistata sia su strada che in pista.


Il Natale per lo “Sceriffo” sarà diverso. La sua è una famiglia numerosa con 12 fratelli e quest’anno Aldo, il maggiore, è venuto a mancare. Il filo della vita si è interrotto, ma i ricordi ci sono e tutti belli, come quel Gran Premio Alcide De Gasperi, con Enzo che correva e Francesco, appena bambino, in macchina con Aldo al seguito della corsa. Per Francesco Moser il ciclismo oggi è cambiato, apprezza i giovani e in particolare Filippo Ganna, che a suo avviso, ha tutte le carte in regola per scrivere un nuovo record dell’ora e forse, un giorno, vincere un grande giro.


Che Natale sarà per lei questo?
«Sarà un Natale completamente diverso, con tante restrizioni e i problemi che ci sono con il virus che si ripercuotono su tutti, dal più grande al più piccolo. Io non ho paura, ma la realtà va guardata in faccia».

Lei purtroppo il Covid-19 lo ha vissuto in prima persona: suo fratello Aldo è morto a causa del virus. Come si affrontano queste situazioni?
«Aldo non aveva una grandissima salute, ma poteva rimanere con noi ancora per un po’ di tempo. Quando si è ammalato è stata una cosa surreale, in 5 giorni ci ha lasciato. Io l’ho visto il venerdì, il lunedì l’ho accompagnato a fare il tampone e il mercoledì è morto. Quando ci hanno detto che era risultato positivo al virus, avevo capito subito che non lo avrei rivisto».

Lei e Aldo oltre ad essere fratelli eravate uniti dal ciclismo. Che tipo di legame era il vostro?
«Eravamo fratelli e ho iniziato a seguire il ciclismo grazie a lui. Se non ci fosse stato Aldo, probabilmente non sarei diventato un ciclista. Quando ho iniziato a capire qualcosa di ciclismo, lui vinceva e a casa veniva la gente e vedevo le maglie e le bici e così mi sono appassionato. Ma c’erano anche gli altri miei fratelli, Diego ed Enzo che correvano».

Quale ricordo speciale ha con suo fratello Aldo?
«Con Aldo andai a vedere il Trofeo De Gasperi, la corsa più importante per dilettanti in Trentino. Avevo 10 anni ed Enzo aveva vinto e io seguivo la corsa in macchina con Aldo. A Castel Tesino eravamo in salita e c’erano le strade bianche, una corsa che poi vinsi anche io. Pioveva tanto e anche la moto della polizia stradale era finita a terra. Enzo vinse perché conosceva bene le strade e fece il vuoto, staccando tutti in discesa. Quel giorno, per la prima volta con Aldo, mi trovai veramente dentro il ciclismo».

Come era la vita con i suoi fratelli che correvano?
«Era dura veramente. Perché quando smisi di andare a scuola, Aldo, Enzo e Diego correvano, poi c’era un altro fratello che era diventato sacerdote, un altro era troppo piccolo e io mi sono ritrovato a fare il contadino. Qualche volta Aldo e Diego venivano ad aiutare in campagna, ma lavoravamo tanto, perché nostro padre era morto presto e c’erano le sorelle. Una morì piccola con la poliomielite e Rita ci lasciò per un incidente stradale. In quegli anni nessuno ti regalava nulla e tutti dovevamo rimboccarci le maniche».

Quattro figli corridori, eravate l’orgoglio di vostra madre?
«Penso che la soddisfazione maggiore sia arrivata con mio fratello che era diventato sacerdote. Mia madre era molto religiosa, ha consumato i banchi della chiesa e obbligava anche noi ad andare insieme a lei. Il nostro paese, Palù di Giovo, era molto particolare, con tanti ciclisti e tanti preti».

Lei nel ciclismo ha ricoperto tanti ruoli, tornando indietro cosa non rifarebbe?
«Sicuramente non mi candiderei alla presidenza della Federciclismo. Ero stato presidente dell’Associazione Corridori, ma fare il dirigente sportivo è tutta un’altra cosa, è troppo difficile. Se mi chiedessero oggi di candidarmi, mi dimetterei prima di diventare presidente».

Lei è anche padre di Ignazio, che per un periodo di tempo ha corso in la bici. Che periodo è stato per lei?
«Era bravo, mi ha dato anche delle belle soddisfazioni e penso che avrebbe potuto darmene di più, lo lasciavo fare e non gli andavo troppo dietro per non interferire con la squadra. Ha anche vinto, ma il ciclismo non era la sua passione».

Parlando di giovani quanto è cambiato il ciclismo oggi, rispetto a quando correva lei?
«E’ cambiato tantissimo, tutto è diverso, dalle squadre ai corridori. Penso che forse era meglio il nostro di ciclismo. La televisione ha rovinato molto, la gente rimane comoda in poltrona a guardare le corse, una volta invece facevano centinaia di chilometri per vedere passare il gruppo. Poi io penso che i corridori oggi non riescano più ad entrare nel cuore della gente come accadeva prima, forse anche perché i tempi sono cambiati e i corridori non sono più in mezzo alla gente come eravamo noi».

In questi anni stiamo vedendo dei corridori giovanissimi vincere, ma sono tutti stranieri. Cosa manca all’Italia?
«Forse gli stranieri si avvicinano al ciclismo in un modo diverso e vengono fatti crescere diversamente. Mi viene in mente la Slovenia di Roglic e Pogacar, un Paese piccolo ma che con due corridori ha messo in ginocchio il mondo. Ai miei tempi l’Italia aveva tante squadre e corridori, oggi probabilmente la globalizzazione ha influito su tutto e forse ha influito negativamente sul ciclismo italiano».

Lei e altri campioni mondiali avete iniziato un dialogo per aiutare i giovani ciclisti italiani a crescere. Come sta andando?
«Allo stato attuale non c’è nulla di concreto, bisogna far nascere e crescere un progetto come questo e attualmente in piedi ancora non è stato messo nulla».

Da quando ha smesso di correre, chi sono stati i corridori che le hanno lasciato un ricordo particolare?
«Prima di tutti Indurain, ho corso un breve periodo insieme a lui e mi piaceva tantissimo, poi Contador, che ha fatto cose incredibili. Arrivando al ciclismo di adesso senza dubbi, Filippo Ganna, che è un ragazzo eccezionale».

Cosa le piace di Filippo Ganna?
«E’ fortissimo, tutti vediamo cosa è in grado di fare, ma potrà fare molto di più, ha la testa sulle spalle e un motore potentissimo. E’ vero che ha un fisico imponente, ma penso che con un percorso giusto, meno duro, potrebbe vincere anche un grande giro, alla fine non è tanto diverso da Indurain».

A suo avviso Ganna potrebbe scrivere un nuovo record dell’ora?
«Ha tutte le carte in regola per farlo, se non lo fa lui non può farlo nessuno. E’ ad alti livelli e può provare tranquillamente, dovrebbe prepararsi in quota, perchè anche l’ultimo è stato fatto in quota in Messico, in una pista quasi aperta e questo è un grande vantaggio».

Se dovesse fare un augurio al ciclismo, cosa direbbe?
«Vorrei che l’Italia tornasse ad essere protagonista di questo sport. Noi siamo sempre stati ai primi posti e sarebbe bello tornare a vedere i nostri ragazzi sul gradino più alto del podio».

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COMMENTI
Moser è l’ultimo
25 dicembre 2020 13:07 canepari
dei “ciclisti antichi”: un Luigi Ganna manovale e muratore; un Bottecchia, di origini contadine, boscaiolo ed emigrato. Solo chi veniva dalla fatica e dal lavoro manuale, regolato dai ritmi delle stagioni e dal timor di Dio, poteva diventare un Campione impegnando nello sport sacrificio, saggezza, determinazione, correttezza e voglia di vincere. Inoltre, e lo sappiamo tutti, il “vero corridore” è uno che sa correre tutto l’anno, in linea, a tappe, in pista; uno che fa il record dell’ora, le Sei Giorni e il ciclocross.. Però, andando oltre, sappiamo bene che è stato forse anche il primo dei “corridori moderni” aprendo la strada alla scienza e alle nuove metodologie di preparazione, tuttavia mai accettando passivamente ma sempre vagliando tutto con la necessaria curiosità per capire e discutere. Ed è questo che fa’ di Francesco Moser uno di corridori più intelligenti, avveduti e saggi che esistano.

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