MODOLO. «È TEMPO DI TORNARE A VINCERE, LO VOGLIO IO E LO VUOLE LA SQUADRA»

INTERVISTA | 17/11/2020 | 08:05
di Carlo Malvestio

Sacha Modolo ha dovuto rimandare di un altra stagione la sua rinascita sportiva. Dopo due anni molto complicati, a causa di un problema allo stomaco che lo ha debilitato fortemente, il coneglianese sperava di ritrovare serenità e vittorie in questo 2020 con la nuova maglia della Alpecin-Fenix, con cui correrà anche nel 2021. Il virus ha stoppato sul nascere le sue buone intenzioni e anche la breve stagione estivo/autunnale è stata condizionata da una rovinosa caduta a metà agosto, durante il Giro di Varsavia.


Contento sia finita questa strana stagione?


«Sono un po' amareggiato, poteva essere un buon anno per rilanciarsi e invece praticamente non è mai cominciato. Questo virus non ci voleva proprio. Ero partito bene a inizio 2020 dopo due anni molto difficili, con un bel secondo posto in volata alla Volta ao Algarve, mi stavo avvicinando nel modo giusto alle classiche del nord, e poi invece c'è stato il lungo break. Appena ripartiti sono caduto in Polonia e mi sono rotto due costole, dovendo stare fermo 20 giorni, che in una stagione racchiusa in tre mesi è una vera disgrazia. Nelle ultime gare stavo ricominciando a sentirmi meglio, ma il calendario era ormai terminato. Insomma, un 2020 con un nulla di fatto».

I problemi allo stomaco possiamo dire siano acqua passata?

«Direi di sì, le prestazioni di inizio anno lasciavano intendere che quei problemi erano ormai una vecchia storia. Ero curioso di vedere se riuscivo a tornare sui miei livelli, ma non è ho avuto la possibilità. Anche la squadra però vuole ritrovare il vero Modolo e infatti mi ha rinnovato il contratto anche per il prossimo anno».

Hai avuto modo di legare coi tuoi compagni di squadra nonostante le poche gare?

«Ho conosciuto bene il gruppo nei ritiri di dicembre e gennaio, poi ne abbiamo fatto un altro a luglio, quindi anche se non ho corso tantissimo possiamo dire che i miei compagni sono riuscito a conoscerli bene. Devo ammettere che mi sono ambientato meglio in una squadra interamente belga/olandese rispetto agli americani della EF. Sarà che sono arrivato che l'inglese non lo sapevo per nulla, e i madrelingua inglesi parlano con uno slang che certo non mi aiutava, mentre qui in Alpecin per tutti l'inglese è la seconda lingua e ci capiamo bene».

La Alpecin-Fenix è riuscita a vincere tanto…

«È una gran bella squadra, che sinceramente mi ha sorpreso, perché non ha veramente nulla da invidiare alle migliori WorldTour. Ti seguono su tutto, dalla posizione in bicicletta all'alimentazione, mentre in altre squadre su certi aspetti lasciano che ti arrangi. Ad esempio, in ritiro ogni corridore aveva la propria dieta da seguire, mentre di solito i pasti sono uguali per tutti. Secondo me con questa squadra posso trovare nuovi limiti».

E come migliore formazione Professional l’anno prossimo potrete correre dappertutto.

«Sì, il prossimo anno avremo il diritto ma non il dovere di partecipare a tutte le corse WorldTour. Per noi è una situazione ideale. Sicuramente faremo le classiche, Parigi-Nizza, Tirreno-Adriatico e Tour de France, poi si vedrà sul resto».

E dove ti vedremo?

«Dovrei fare quello che non sono riuscito a fare quest'anno, quindi tutte le classiche più importanti, dalla Milano-Sanremo fino a quelle del nord. Poi lotterò per un posto al Tour, ma lì la concorrenza interna sarà tanta e nel mezzo possono succedere veramente tante cose».

Che ruolo avrai in squadra?

«Penso che alternerò il lavoro per il team a qualche uscita da capitano. Chiaramente quando ci sarà Mathieu Van der Poel lavoreremo per lui, come per esempio al Giro delle Fiandre, ma magari ad una Gent-Wevelgem o una DePanne potrei avere un po' di libertà. La squadra comunque è molto elastica, se un corridore che non è il capitano designato si trova davanti lo lasciano provare a giocarsi le sue carte. Poi in corse come quelle fiamminghe non si sa mai cosa può accadere, quindi avrò sicuramente le mie occasioni. L'importante è avere le gambe per stare davanti, che sia per supportare Van der Poel o andare a caccia di un risultato personale».

 Com’è avere Mathieu Van der Poel come compagno di squadra?

«La squadra ruota attorno a lui, come è normale che sia quando hai uno così nel roster. È un normalissimo ragazzo di 25 anni, che sa però di essere uno dei più forti corridori al mondo. Dalla televisione sembra uno molto sulle sue, un po' arrogantello se vogliamo, e sinceramente lo credevo anch'io prima di arrivare, invece è un bravo ragazzo, molto tranquillo».

In squadra ci saranno altri velocisti di talento come Tim Merlier e Jasper Philipsen. Come gestirete la convivenza?

«Sì, siamo molto competitivi sul reparto volate. Però i dirigenti mi hanno detto chiaramente che vogliono farmi tornare a vincere, quindi sono sicuro che avrò i miei spazi. Poi il calendario è talmente vasto che ci saranno occasioni per tutti».

In futuro potremmo vederti nel ruolo di ultimo uomo per le volate?

«Sicuramente sì, già quest'anno dovrò testarmi qualche volta in questo ruolo. Spero di essere capace, perché non è assolutamente detto che un velocista sia capace di farlo. Non l'ho mai fatto, quindi sono curioso, perché riuscire a farlo bene potrebbe allungarmi la carriera. Bene o male che vada, comunque, questo sarà un po' il mio futuro, perché i giovani stanno venendo su sempre più forte e bisognerà lasciare loro spazio».

Anche tu hai notato un netto cambio generazionale quest’anno?

«Quelli della mia generazione stanno pagando uno scotto pesante con questi giovani rampanti. Quando sono passato professionista io era un'altra cosa. E la spiegazione è semplice: io il primo misuratore di potenza l'ho avuto nel 2014 in Lampre, a 27 anni, oggi i ragazzi cominciano ad usarlo da allievi e passano professionisti che, di fatto, sono già professionisti. A 23-24 anni sono già completi. Io da junior mi allenavo un po' a caso, con uscite standard, ora hanno tabelle, dieta, palestra. E vincono il Tour a 22 anni».

Per quanti anni ti vedi ancora in gruppo?

«Almeno altri 4 anni spero di farli. Ho 33 anni, ma tutti mi dicono che fisicamente sono integro e sembro più giovane. L'unico problema è questo ciclismo che cambia continuamente. È super professionale, bisogna ottenere risultati, e per uno della mia generazione non è semplice. Per fare un esempio, ora c'è la diretta televisiva per quasi ogni corsa, il che è ovviamente un bene, ma questo implica che non ci sono più gare di preparazione, si va forte dappertutto e lo stress c'è sempre. Bisogna vincere fin da febbraio ed è impensabile andare ad una gara per "fare la gamba". E ciò significa che a novembre devi cominciare a preparati, mentre una volta potevi stare in vacanza fino a dicembre inoltrato».

Cosa ti aspetti dal 2021?

«Voglio tornare a vincere. Nient'altro. È tre anni che non alzo le braccia al cielo, che per me è una cosa impensabile visto che l'unica stagione senza vittorie era stata la prima da professionista. Per il resto prendo quello che viene. Spero di andare forte in Belgio, restare al fianco di Van der Poel il più a lungo possibile, e vedere dove posso arrivare».

Hai avuto tempo per una piccola vacanza?

«Macché, ho già ripreso ad allenarmi. Di solito facevo una settimana in giro per il mondo con mia moglie Valentina, ma tra il covid e la piccola Matilde quest'anno non abbiamo fatto nulla».

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COMMENTI
Dura.
17 novembre 2020 11:51 berto
Corridore trito e ritrito a mio modestissimo modo di vedere. .. Con questa nuova generazione di giovani corridori la vedo molto dura.

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