#METOO AZZURRO. DI ROCCO. «LA FEDERAZIONE E' IN PRIMA LINEA CON AZIONI CONCRETE»

DONNE | 26/08/2019 | 09:24
di Pier Augusto Stagi

È innegabile che Renato Di Rocco, 72 anni, presidente della Federciclismo dal 2005, avrebbe desiderato un risveglio più sereno. Ieri mattina attorno alle 7 la rassegna stampa quotidiana, e la sorpresa dell’affondo portato da Silvio Martinello sulle colonne de Il Giornale gli ha reso il caffè più amaro del solito. Un problema delle molestie sessuali e psicologiche esiste anche in Italia, da tempo, almeno dal 2005, anche se a noi risulta che tali comportamenti fossero già in atto molto prima, anche sotto la presidenza Giancarlo Ceruti.


Il mondo del ciclismo s’interroga e trattiene il fiato. All’estero hanno trovato la forza di parlare (Ester Meisels, ndr) e di fare gruppo. Un team di livello mondiale come la Sunweb ha annunciato lunedì scorso un decalogo contro gli abusi destinato a proteggere le ragazze al motto di “#MeToo cycling”. Dopo le rivelazioni di Silvio Martinello, scende in campo il Presidente Di Rocco, il quale non si nasconde dietro un dito.


Presidente, le parole di Martinello sono state durissime, se lo aspettava?

«Francamente no, anche perché il problema per quanto mi risulta risale al 2011: è stato affrontato e risolto. Ognuno ha fatto un salto culturale».

Si parla di un tecnico azzurro: è stato rimosso?

«Andiamo con ordine: il problema è sorto tra due persone maggiorenni e consenzienti. È chiaro che a me la cosa non piaceva neanche un po’, e non l’ho fatta cadere nel nulla: da una parte la minaccia di un esonero immediato, dall’altra una condotta consona a persone che vestono e rappresentano la maglia azzurra. Ognuno si è assunto le proprie responsabilità e ha cambiato passo».

Martinello parla anche di problemi con minori.

«A me non risulta, se non fuori dal giro azzurro e anche in quell’occasione, quando siamo venuti a conoscenza di fatti gravi, abbiamo affrontato la questione con il massimo della celerità e del rigore. Non più di un anno fa abbiamo radiato il presidente di una società femminile che aveva avuto a che fare con delle minori».

Scusi se insisto: ma il tecnico azzurro è ancora al suo posto?

«Certo, ha capito e ha cambiato registro. Fino a prova contraria era semplicemente una storia d’amore corrisposta».

Può dirci almeno se era la prima?

«Non era la prima, questo lo posso dire. Però mi lasci dire anche quello che è stato fatto e quello che stiamo facendo».

Certo, ne ha la facoltà.

«Oggi il problema è seguito con grandissima attenzione da tutto il Consiglio Federale che ha messo in atto una procedura federale rigorosissima. Noi da anni informiamo le famiglie e le ragazze, siano minori o non, a denunciare abusi e minacce. Le invitiamo a non aver paura e sono solito dire loro: “non siete sole”. Da almeno un paio di anni abbiamo varato una posta elettronica che garantisce l’anonimato ed è gestita da un organo di vigilanza esterno alla Federazione, che garantisce la terzietà e con la quale si può denunciare atti di molestie e abusi».

Ma ultimamente ci sono stati altri casi?

«Qualche mese fa siamo intervenuti nelle Marche. C’era una società che teneva sette ragazze in un monolocale senza neanche i servizi igienici minimi. Situazioni imbarazzanti, che noi abbiamo affrontato. Oggi fortunatamente l’attenzione si è alzata e anche di molto.  All’interno dell’Accpi, il sindacato dei corridori italiani, c’è Alessandra Cappellotto ex campionessa del mondo, che si sta adoperando tantissimo alla causa. Ora però bisogna fare l’ultimo passo: abbattere il muro dell’omertà».

Quello che le donne non dicono è il titolo di una canzone, non può però essere un alibi. È chiaro, devono parlare, ma devono anche sentire attorno a se protezione, non abbandono.

«E noi ci siamo e faremo di tutto per esserci ancora di più, però una cosa la voglio dire: non accetto lezioni di morale da chi non ha titoli per farlo».

A chi si rivolge?

«Ad un uomo».

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