QUINDICI FACCE PER LA LIEGI

PROFESSIONISTI | 21/04/2018 | 07:12
Decana delle classiche con i suoi 126 anni (la prima si corse nel 1892), la Liegi-Bastogne-Liegi è anche l’ultimo ‘monumento’ di primavera: qui si chiude la campagna del Nord, occasione finale per i cacciatori di giornata e al tempo stesso trampolino per chi da maggio in poi andrà a caccia di un grande Giro. A Liegi si parte e si ritorna, scalando 11 cotes, salite brevi e secche, a volte con pendenze alpine (fino al 12 per cento), chiudendo la fatica dopo 258 chilometri ad Ans, collina che sovrasta il capoluogo della Vallonia, celebre per il suo coloratissimo mercato domenicale. E’ la più dura insieme al Lombardia, a volte anche di più perché la pioggia e soprattutto il vento la rendono un supplizio: per vincerla servono ovviamente gambe, lucidità e la capacità di saper dosare le energie, perché gli strappi sono tutti concentrati negli ultimi cento chilometri, con la Redoute e la Roche aux Falcons nella parte finale spesso a decidere chi vincerà e quasi sempre chi non ce la farà. Ecco quindici facce che si candidano a chiudere in cima al podio la stagione del Nord.  
 
Vincenzo Nibali. Vince perché è la classica che ama di più, perché nel 2012 gli è stata scippata da Iglinski poi fermato per doping, perché è un suo grande obiettivo. Alla Freccia Vallone è partito all’attacco e per poco non arriva in fondo: se era una prova, non servono altri indizi.

Julian Alaphilippe. Vince perché è in forma strepitosa, perché si è appena tolto l’etichetta di magnifico piazzato, perchè c’è già andato vicino tre anni fa. E’ uomo da classiche, ama le corse dure: l’identikit perfetto per farne il pericolo pubblico numero uno.

Alejandro Valverde. Vince perché è la sua corsa, perché non sbaglia i grandi appuntamenti, perché è il modo migliore che conosce per festeggiare gli anni (tre giorni dopo la corsa sono 38). Lo chiamano l’Imbattibile: sarà il caso di non farsi battere come all’Amstel e alla Freccia.

Jacob Fuglsang. Vince perché ha esperienza, perché prima o poi una classica la prende, perché è il giorno in cui ricorre la scomparsa del suo ex compagno Scarponi. Con Valgren all’Amstel l’Astana ha preso in contropiede i favoriti: qui proverà a farlo lui.  

Dylan Teuns. Vince perché è la settimana dell’anno che ama di più, perchè gli piacciono le corse toste, perché se ti definiscono predestinato prima o poi lo devi dimostrare. A sentire i belgi, sta meglio lui fiammingo del vallone Gilbert: dalle parole non resta che passare ai fatti.

Tim Wellens. Vince perché è pronto per farlo in una grande corsa, perché ha il profilo giusto per la Liegi, perché è atteso da tempo al salto di qualità. Sesto all’Amstel, settimo alla Freccia, dopo aver vinto nel Brabante da fenomeno: le grandi firme sono avvisate.

Michael Matthews. Vince perché è in un ottimo momento, perché da velocista si è trasformato in corridore completo, perché è tra gli australiani che amano il Nord. Guai a pensare che possa smarrirsi in salita: se nel finale sarà davanti, meglio dargli un occhio.

Philippe Gilbert. Vince perché è la corsa che gli passa sull’uscio di casa, perché ne ha già corse tredici vincendone una, perché non può chiudere la primavera a digiuno. Puntava a Sanremo e Rubè, nelle altre ha fatto il gregario: se ricorda come si corre da capitano, sono dolori.

Romain Bardet. Vince perché nelle classiche non lo considera nessuno, perché corse come questa lo esaltano, perché un francese non va nell’albo d’oro dai tempi di Hinault (1980). In cinque partecipazioni, non è mai andato sotto il 13esimo posto: qualcosa vorrà dire…

Michael Kwiatkowski. Vince perché in questa primavera è ancora a secco, perché nelle due precedenti classiche si è allenato facendo il gregario, perché due volte sul podio c’è già salito. Classiche così chiamano i campioni: di esser pronto a rispondere l’ha già dimostrato.  

Rui Costa. Vince perchè sa cogliere le occasioni, perché onora sempre le classiche del Nord, perché una volta o l’altra gli girerà anche tutto bene. Non ha mai fatto sfracelli alla Liegi, ma nelle cinque che ha concluso è sempre finito nei primi venti: magari non basta, ma incoraggia.

Daniel Martin. Vince perché col Lombardia è una delle due classiche che corre, perché la conosce benissimo, perché una l’ha vinta e un’altra l’ha sfiorata. Non è di quelli che ha impressionato fin qui, ma le motivazioni che dà questa classica possono fargli cambiar passo.

Michael Woods. Vince perché è un uomo di resistenza, perché ha imparato a star davanti, perché in pochi anni di professionismo è cresciuto tanto. Non lo vedi mai, ma è puntualmente negli ordini di arrivo: di due Liegi corse ne ha finita una nei dieci, meglio non sottovalutarlo.

Jelle Vanendert. Vince perché ha esperienza, perché è un altro di quelli che più la corsa è dura più è contento, perché sa farsi trovar pronto. Bene all’Amstel da aiutante, sul podio della Freccia dopo aver tirato Wellens: se gli danno mezzo grado da capitano, può sorprendere.

Roman Kreuziger. Vince perché è la classica che gli riesce meglio, perché gode di ottima salute, perché è uno di quelli di cui ti accorgi solo all’ultimo momento. Uomo di fatica, nelle Ardenne trova sempre l’ispirazione: quarto alla Freccia, secondo all’Amstel, ha tutto per lasciare il segno.


Angelo Costa
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COMMENTI
Pronostico
21 aprile 2018 17:21 teos
Io comunque, fermo restando che spero in una storica accoppiata Sanremo-Liegi di Nibali, ho come il presentimento che Alaphilippe stavolta riuscirà a sbloccarsi anche a Liegi, dopo essersi sbloccato già a Huy nella Freccia.. Staremo a vedere..

P.S. Martin non ha vinto Lombardia e sfiorato Liegi ma le ha già vinte entrambe una volta in carriera (rispettivamente nel 2014 e nel 2013) mentre Kwiatkowski non è propriamente a secco in questa primavera visto che ha già centrato la Tirreno, che classica non è ma rimane comunque una vittoria di un certo prestigio.

Domenico Pozzovivo.
22 aprile 2018 12:31 canepari
Vince perché è in forma, perché è uscito bene dal TODA (scusate ma questo acronimo mi fa ridere…), perché può giocare di anticipo o di rimessa sul suo controllatissimo capitano, perché è resistente alla distanza, perché ha imparato a non sbagliare i tempi con la saggezza degli anni. Ma soprattutto perché se lo merita dopo una carriera cristallina dedicata allo sport e alla vita. Domenico, sei un esempio….

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