GILBERT: «IO E #STRIVEFORFIVE»

PROFESSIONISTI | 22/02/2018 | 07:25
Lombardia 2009 e 2010. Liegi 2011. Fiandre 2017. Per completare la collezione dei mo­numenti ed en­tra­re nella storia, a Philippe Gilbert mancano Milano-San­remo e Paris-Roubaix. Nel­la storia del ciclismo solo tre belgi prima di lui - Eddy Merckx, Roger De Vlaeminck e Rik Van Looy - sono riusciti a conquistare tutte e cinque le classiche monumento. Gilbert mira ad entrare in questa ristretta cerchia di fuoriclasse, consapevole che si tratta di una sfida tutt’altro che scontata. Per affrontarla con la giusta motivazione, il vallone della Quick Step, campione del mondo nel 2012, ha scelto un hashtag: #StriveForFive (dritto alla cinquina, ndr), che lo accompagnerà fino alla fi­ne della sua già ricca carriera.

«Ho sempre sognato di aggiudicarmele tutte, a inizio carriera poteva sembrare una follia, il sogno irrazionale di un ra­gazzo, ma ora che ne ho vinte 3 su 5 devo essere motivato per realizzare un’impresa super complicata ma razionalmente non impossibile. Dovrò lavorare sodo e avere la buo­na sorte dalla mia parte. Qualche an­no ancora per provarci ce l’ho, mi sento ancora in for­ze e la voglia di far fatica non mi man­ca» ci racconta il 36enne belga che in inverno ha ricaricato le pile stando in famiglia, con la moglie Patricia e i figli Alan e Alexandre.

Cresciuto a Remouchamps, ai piedi della Redoute, che simbolicamente sta alla Liegi-Bastogne-Liegi come il Pog­gio alla Sanremo, le corse che più ne hanno stuzzicato la fantasia sono quelle tra muri e pavé delle Fiandre. Per questo potremmo definirlo un fiammingo vallone. È da questo apparente paradosso che dob­biamo cominciare per capire una polivalenza che non ha eguali nel ciclismo contemporaneo.

Da allievo e junior, Philippe impazziva di gioia quando andava nelle Fiandre per i cross. Quando nel 2003 è arrivato il giorno del passaggio al professionismo ha scelto la Française des Jeux, conquistato dal team manager Madiot, perché una volta si videro a pranzo ai piedi della Redoute (dove anni dopo gli avrebbero dedicato una piazza) insieme ai genitori e invece di contratti si di­scusse della comune passione per le classiche, soprattutto fiamminghe. Capace di vincere una Het Nieuw­sblad (2006) a neppure 24 anni, è diventato grande lontano da muri e pavé: vedi la tripletta Amstel-Freccia-Liegi in otto giorni nel 2011, il Mon­diale 2012 in Limburgo, vicino casa, la capacità di vincere corse agli antipodi come Pa­rigi-Tours e Lombardia.
«Mi trovo nel miglior team possibile per ambire allo Slam dei monumenti, abbiamo più punte per questo tipo di corse e ognuno di noi darà il massimo per arrivarci al top. Per realizzare il progetto Roubaix devo fare esperienza e presentarmi al massimo della condizione all’appuntamento, la Sanremo invece è imprevedibile, una lotteria in cui non vince sempre il più forte, come accade ad esempio al Fiandre o alla Liegi. Basti pensare cosa è successo a Sagan un anno fa... Io finora sono arrivato due volte sul podio della Classicissima, terzo sia nel 2008 che nel 2011. La squadra in questa edizione sarà la mia arma in più, avere al mio fianco giovani rampanti  e talentuosi come Gaviria e Ala­phi­lippe giocherà a mio favore. Mancano poche settimane a questi grandi appuntamenti, ma farò del mio meglio per realizzare questo so­gno, folle ma non impossibile».

Guarda avanti, non indietro. I campioni sono fatti così.
«All’inizio di ogni nuova stagione bi­sogna fissarsi nuovi obiettivi. Pa­trick Lefevere condivide con me que­sto sogno, che ci mantiene giovani. Abbiamo fatto anche una scommessa al riguardo, diciamo che se riuscissi nell’impresa ci sarebbe un bel bonus ad aspettarmi. Il team è forte quanto l’anno scorso. Finora ho vinto tanto, ma voglio ripetermi e mi­gliorarmi. Ho rinnovato con Quick Step perché è il miglior team per af­frontare una sfida di questo genere. Greg Van Avermaet ha detto che separarci ha fatto bene a entrambi? Può essere. Dopo cinque anni in BMC per me era giunto il momento di cambiare aria. Sono felice di averlo fatto, i risultati mi hanno dato ragione. Non do retta a cosa dicono i miei avversari, alla fine è la strada a decidere. Chi vince ha ragione. Il resto sono chiacchiere».

Nelle ultime stagioni Philippe sem­brava avere imboccato una parabola discendente. All’indo­ma­­ni del 2011, la BMC lo aveva ricoperto d’oro con un contratto triennale, poi allungato di altri due anni: via via, dicevano, era cominciato a subentrare l’appagamento. Alla Quick Step si è rimesso in gioco con uno stipendio inferiore, un contratto annuale e una ricca tabella premi. La fame dei bei tempi nel 2017 è tornata, così come le vittorie di peso. Sen­za più Boonen, ora in squadra gli occhi sono tutti per lui.
«Non avverto più pressione che in passato. Magari in eventi con la stampa o con gli sponsor ho più attenzioni addosso, ma in corsa non cambia nulla. In bici devi lottare, combattere, essere il migliore. In un team di questo livello se sei il migliore è facile che tu vinca, ci sproniamo a vicenda a essere al top, c’è una sana rivalità tra noi. Siamo tutti forti, questo se mai mi toglie un po’ di pressione perché se un giorno per qualsiasi ragione manco io, ci sono altri atleti che possono sostituirmi. Chiara­mente l’investimento degli sponsor e del team va ripagato, ma fa parte del lavoro. Vin­cere è sempre difficile, ma siamo pagati per provarci con tutte le nostre forze. Questa squadra è aggressiva, attacca, mi ci riconosco e mi trovo a mio agio».

Tra Sanremo e Roubaix, messo alle strette, sceglie l’Inferno del Nord. La classica che per sua stessa ammissione conosce meno, visto che vi ha preso parte solo una volta, nel 2007.
«L’anno scorso ho scelto di saltare la Roubaix perché sapevo di poter puntare a vincere Amstel, Freccia e Liegi, come nel 2011. Avevo grandi gambe (incredibile la sua cavalcata in solitaria di 55 km al Fiandre, a cui mancava da 5 stagioni, ndr), dopo la Ronde ho deciso di fermarmi per allenarmi in salita e prepararmi al meglio per l’Amstel. Non fossi caduto nella prima parte della “corsa della birra”, sarebbe andata di­versamente. Quest’anno non so ancora quali Grandi Giri correrò, voglio restare concentrato fino al giorno della Roub­aix poi penseremo alla seconda parte di stagione. Sono undici anni che non mi presento al via di questa gara (nel 2007 chiuse 52°, ndr) ma la amo. Non è così terribile come qualcuno la descrive, in fondo in tutte le classiche le termini “finito”. A volte sui giornali si esagera, ogni corsa è esigente».

Come si preparerà all’assalto di una corsa che conosce poco e, per le sue caratteristiche, è ricca di imprevisti e insidie?
«Non ho cambiato molto nella preparazione nel corso degli anni, sono fondamentali serietà e costanza, e per primeggiare in corse così ostiche è indispensabile conoscere a memoria il percorso. Parte del successo nel nostro sport consiste nello studio del tracciato. Il Giro delle Fiandre, che sono riuscito a vincere solo l’anno scorso, lo studiavo dal 2008, lo stesso percorso di avvicinamento ho dovuto affrontarlo per Il Lombardia, così anche per la Roubaix non arriverà tutto subito e in modo facile. Così come chi punta a vincere un grande giro deve effettuare le ricognizioni delle tappe chiave, così un corridore da classiche come me non deve lasciare nulla al caso».

Anche nell’alimentazione e nella cura del proprio corpo.
«Non conta tanto il peso, quanto il la­voro specifico e la conoscenza del percorso. Conta molto l’allenamento, ma anche il riposo. Abbiamo una vita frenetica, sempre in viaggio, quando possibile è bene stare a casa e rilassarsi. Io amo godermi la mia famiglia e la mia casa a Monaco, uscire nella natura co­me seguire lo sport in tv. I corridori adat­ti alla Roubaix sono pesanti, han­no poche opportunità di primeggiare anche nelle altre classiche, io ho la facilità di adattarmi a diverse corse, sono riuscito ad impormi alla Liegi e al Lom­bardia, che presentano salita, come in corse più piatte che richiedono più forza ed esperienza come il Fian­dre».

In sedici anni di carriera ha affrontato 47 classiche monumento e il capolinea sembra essere lontano.
«Ho ancora due anni di contratto sicuro, poi vedremo. Oggi sono rilassato, l’età non mi pesa e le motivazioni non mi mancano. La decisione di smettere arriverà da me, un giorno dovrò decidere di appendere la bici al chiodo, ma quel giorno non è ancora arrivato. Al momento non lo vedo nemmeno dietro l’angolo».

Lì dietro vede invece chiaramente due traguardi ambiti da tanti e che uno co­me lui, che ha la dolce condanna di riuscire praticamente in tutto, non può far­si scappare.

Giulia De Maio, da tuttoBICI di febbraio
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