BAHRAIN MERIDA. COPELAND: «E ADESSO, CRESCIAMO»

PROFESSIONISTI | 30/01/2018 | 07:20
«Al gruppo darei un sette, ma trattandosi di un team nuovo credo che un bell’otto sia meritato». Brent Copeland dà i voti alla Bahrain Merida: il team manager della formazione araba promuove i suoi per un “anno zero” che, nonostante la sfortuna, non ha de­lu­so le attese. Per il quarantacinquenne manager sudafricano, che negli ultimi vent’anni ha vissuto tra il Canton Ticino e l’Italia (ora è di base a Como) e ha lavorato tra due ruote a motori e senza, Vincenzo Nibali e compagni han­no rispettato le attese: l’albo d’oro 2017 ha registrato 11 vittorie, 17 secondi posti e 26 terzi. Soprattutto i ragazzi hanno rappresentato in strada il volto migliore di un nuovo progetto, che fin dall’esordio ha lasciato il segno nel mondo delle due ruote.

Torniamo al bilancio del 2017: com'è?
«Più che positivo. L’anno scorso in questi giorni l’obiettivo che ci eravamo pre­fissati era quello di far vedere di es­sere un team ben organizzato e con una buona immagine, lo abbiamo raggiunto alla grande grazie all’ottimo lavoro del­lo staff. Il mix di culture e per­sonalità che abbiamo messo insieme mi ha sorpreso perché ha funzionato alla perfezione e non era affatto scontato. In  conseguenza all’impegno del personale, anche i corridori hanno dato il massimo e ottenuto buoni risultati. Non abbiamo vinto tanto, ma l’abbiamo fatto in corse di peso. Certo, sarebbe stato meglio se i numerosi secondi e terzi posti ottenuti fossero stati risultati pieni, ma alla fine va bene così. Siamo sempre stati protagonisti e abbiamo dato spettacolo. Se consideriamo che la sfortuna ci ha colpito in più di un’occasione, potevamo essere qui a commentare una stagione completamente diversa...».

Tanti gli infortuni.
«Purtroppo sì. Abbiamo sentito la man­canza di Haussler nelle classiche e quella di Navardauskas, uno che tira per tre corridori, al Giro d’Italia; Siut­sou è stato ha messo fuori gioco per sei mesi da un incidente, sulla carta contavamo su di lui per la Vuelta come su Izagirre, caduto nella prima tappa del Tour de France, corsa che rappresenta l’unico vero fallimento del nostro 2018. Con la condizione che aveva Ion, penso di poter dire che la top ten nella generale sarebbe sicuramente arrivata. Di queste gravi assenze abbiamo risentito anche alla Vuelta, potevamo giocarcela diversamente con uomini del loro calibro. Nella cronosquadre con Nava, Izagirre e Siutsou avremmo po­tuto guadagnare secondi preziosi e invece ci siamo dovuti difendere. In sa­lita abbiamo dovuto puntare tutto su Pellizotti, che ha fatto una grande stagione, ma sappiamo bene che, con altri compagni con le stesse caratteristiche a dargli una mano, le cose sarebbero cam­biate. Ormai però è andata. Gli in­cidenti fanno parte dello sport, dobbiami accettarli».

In infermeria ora non c’è più nessuno.
«Izagirre sembra aver risolto i problemi alla schiena, Siutsou finché non rientrerà in gara non possiamo dire che sia tornato quello di un tempo perché al Giro di Slovenia ha frantumato l’osso femorale in dieci punti, ma ci ha messo il massimo impegno con i fisioterapisti del team per recuperare dalle fratture che aveva riportato. Siamo molto felici per come è andato l’intervento di ablazione cardiaca di Navardauskas, operato in Germania da una specialista molto conosciuta per questo tipo di casi. Haus­sler nelle ultime gare del 2017 sembra essersi ripreso, al mondiale è stato strepitoso. Nel primo ritiro di dicembre ha avuto la febbre, ma il ginocchio è a posto».

Il ricordo più bello di questo primo anno?
«La soddisfazione più grande è stata senz’altro la vittoria di tappa al Giro d’Italia di Vincenzo a Bormio. Quel giorno ha regalato uno spettacolo ec­cezionale ai tifosi e per noi, dopo tanto lavoro, è stata una vera liberazione. Il momento più difficile invece è stato il Tour, nella gara più importante al mondo abbiamo perso il capitano il primo giorno, è stato difficile per tutti restare concentrati e capire come af­frontare le tre settimane successive sen­za il punto di riferimento designato».

Il principe Nasser bin Hamad Al Khalifa è contento?
«Molto, essendo un intenditore di sport ha capito i momenti difficili che abbiamo vissuto e allo stesso tempo si è esaltato per i traguardi che abbiamo raggiunto. Sono stato due volte a trovarlo negli ultimi due mesi per parlare del futuro (la sponsorizzazione del Bahrain è garantita da contratto fino al 2019, ndr) e verbalmente ci ha detto che è interessato a continuare a sostenerci. Il ritorno che Bahrain ha avuto dal team è stato superiore alle aspettative, i numeri che lo sceicco ha riscontrato sono importanti».

Avete rinforzato il team con nuovi acquisti importanti: cosa ti aspetti da loro?
«Sono orgoglioso che Pozzovivo sia en­trato a far parte del team. Per noi è una garanzia per le corse a tappe che si aggiunge a quella di Vincenzo, sia come leader che come sua spalla. Per noi è un piacere dargli l’opportunità di essere capitano al Giro, con un suo gruppo che comprenderà in linea di massima uno dei due fratelli Izagirre, Siutsou e Mohoric, un talento enorme, che ha soli 23 anni e ancora margini per migliorare. Matej disputerà la corsa rosa per affiancare Pozzovivo, ma avrà spazio per fare qualcosa di importante anche in prima persona. Gorka con il fratello è tra i corridori più forti al mondo nelle gare di una settimana, in­sieme possono tirare fuori il meglio l’uno dall’altro. Padun è forte e promettente: essendo partiti con un progetto nuovo non abbiamo potuto prendere tanti giovani, ma lui è già da un po’ che lo tenevamo d’occhio. Pernsteiner viene dalla mtb, un mondo in cui abbiamo sempre creduto, da cui è facile pescare corridori forti, ma non è scontato che si trovino a loro agio passando alla strada. Un biker sta via da casa solo 30 giorni l’anno, si allena due ore al giorno, ha un certo stile di vita... Cink, un talento enorme, su cui abbiamo scommesso un anno fa, è un esempio eclatante in questo senso: ha deciso di tornare al fuoristrada perché non si è innamorato di questo mondo. Hermann invece vanta più esperienza su strada, ha già dimostrato buone doti da scalatore e in corse a tappe caratterizzate dal vento e quindi siamo fiduciosi che possa far bene».

Pozzovivo al Giro, Nibali per Tour e Vuel­ta. Il programma è ormai deciso.
«Sì, con Paolo Slongo, maestro nella preparazione e nel programmare gli obiettivi, abbiamo stilato un calendario adatto ai vari corridori. Per quanto riguarda le corse di un giorno, mi aspetto molto da Bonifazio. Lo conosco dagli anni della Lampre, so che i numeri li ha, è forte. Deve tirare fuori qualcosa in più, gli manca quel pizzico di confidenza per arrivare dove può. De­ve crederci, avrà più di un’occasione per dimostrare quanto vale. Koren lo abbiamo preso per supportare Col­brelli che quest’anno, arrivando da una Professional, ha già fatto vedere il suo talento e ora merita di aver un gruppo attorno a lui, che comprende anche Haussler».

Un uomo di mondo come te, cosa pensa del via da Gerusalemme del Giro?
«È una bella idea. Come ha detto Ve­gni in occasione della presentazione, il ciclismo è sempre più internazionale, diventerà più frequente partire lontano dall’Europa con i Grandi Giri, questa volta - essendo la prima - sarà uno spettacolo assicurato. Dal punto di vista politico sembra un po’ complicato realizzare questo progetto, ma non conosco i dettagli quindi non posso entrare nello specifico. Per quanto ci riguarda il Bahrain non ha alcun motivo per im­pedirci di partire da Israele. Vedo che per gli organizzatori gli ostacoli stanno aumentando giorno dopo giorno, spero il piano A vada a buon fine. Altrimenti sicuramente sarà stato studiato un pia­no B e, dovunque sarà la partenza, come sempre il Giro sarà senz’altro una delle corse più belle del mondo».

Cosa ti aspetti dalla nuova stagione?
«Di migliorarci ulteriormente, trasformare i podi in vittorie e raggiungere gli obiettivi che abbiamo individuato negli incontri tra staff tecnico e ogni corridore. Le ambizioni sono tante, a partire da un podio in un grande giro con Vincenzo e Domenico, un miglioramento di Sonny nelle classiche e la crescita dei giovani, che sono sicuro ci faranno vedere qualcosa di bello».

Giulia De Maio, da tuttoBICI di gennaio
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