IL GIRO È UNA MAPPA DELL'ANIMA ITALIANA: VA PROTETTO E RESO SEMPRE PIÙ FORTE

APPROFONDIMENTI | 11/06/2026 | 10:03
di Giovanni Di Trapani

Guardandola dall’alto, l’Italia sembra attraversata da un sistema nervoso color rosa. Non sono solo strade. Non sono soltanto percorsi, salite, arrivi, partenze, cronometro, volate, fughe e cadute. Sono vene. Sono tracce di memoria. Sono i luoghi in cui, anno dopo anno, il Giro d’Italia ha scritto una delle narrazioni più profonde del nostro Paese: quella di una nazione che si riconosce nelle proprie differenze, che sale e scende, che attraversa pianure e montagne, borghi e metropoli, mare e Appennino, polvere e basolato.


Quella mappa, con le sue linee fitte e quasi commoventi, dice una cosa semplice e immensa: il Giro non passa sull’Italia, il Giro è l’Italia. La percorre come si sfoglia un libro antico, pagina dopo pagina, restituendo dignità sportiva e poetica anche ai luoghi che per undici mesi all’anno restano ai margini delle grandi narrazioni nazionali. Il Giro arriva dove spesso non arrivano i riflettori: nei paesi arrampicati, nelle strade interne, nei tornanti che sembrano non finire, nelle province che custodiscono ancora il senso fisico della fatica.


Per questo ogni discussione sulle partenze dall’estero andrebbe affrontata con misura, senza nostalgie facili e senza sospetti automatici. È vero: il Giro appartiene all’Italia. Ma proprio perché le appartiene così intimamente, può permettersi di mostrarsi al mondo senza smarrire sé stesso. La Grande Partenza all’estero non è una rinuncia alla sua identità, ma una forma di diplomazia sportiva. Il Giro porta fuori dai confini un pezzo del nostro patrimonio, e poi rientra, come fanno certe storie italiane: dopo avere attraversato altri paesaggi, torna a casa più riconosciuto, più guardato, più desiderato.

Non è una novità assoluta. La storia della Corsa Rosa conosce da decenni il fascino e la complessità delle partenze oltre confine. La prima Grande Partenza estera risale al 1965, da San Marino; nel 2026 la Bulgaria ha ospitato la sedicesima partenza dall’estero nella storia della corsa, con tre tappe prima del rientro in Italia. Sono scelte che rispondono a esigenze organizzative, economiche e internazionali, ma che non cancellano il cuore della corsa: lo ampliano. 

Il punto, allora, non è chiedersi se il Giro sia meno italiano quando parte da fuori. Il punto è capire se, tornando, riesca ancora a raccontare l’Italia. E l’immagine che circola in questi giorni risponde meglio di qualsiasi proclama. Le linee rosa disegnano una trama quasi impossibile da contenere: Nord e Sud, isole e dorsale appenninica, Alpi e pianura padana, Adriatico e Tirreno. È una carta geografica, ma anche una dichiarazione d’amore. Dice che non c’è ciclismo italiano senza territorio, e non c’è Giro senza quella capacità unica di trasformare una strada provinciale in teatro epico.

Il Giro è Coppi e Bartali, certo. È Gimondi, Moser, Saronni, Pantani, Nibali. Ma è anche il bambino che aspetta dietro una transenna, il vecchio che riconosce una salita, il bar che apre prima, il sindaco con la fascia, la banda di paese, la pioggia sul parabrezza delle ammiraglie, il silenzio improvviso prima dell’attacco. È una liturgia laica, popolare, profondamente italiana. E come ogni patrimonio autentico, non vive solo nei monumenti, ma nei gesti ripetuti: una borraccia lanciata, una maglia rosa al tramonto, una fuga che sembra inutile e invece diventa leggenda.

Per questo il Giro va protetto. Non chiuso in una teca, non trasformato in reliquia, non consegnato a un culto immobile del passato. Va protetto rendendolo forte, internazionale, moderno, capace di parlare alle nuove generazioni senza perdere la sua voce originaria. Va protetto insieme al ciclismo italiano, che resta una scuola di fatica, intelligenza tattica, artigianato tecnico, cultura delle strade.

Difendere il Giro significa difendere i vivai, le squadre, gli organizzatori, le corse minori, i meccanici, i direttori sportivi, i giornalisti che sanno ancora raccontare il vento. La mappa virale, in fondo, è questo: non un’immagine nostalgica, ma un avvertimento. Ci mostra quanto sia grande l’eredità ricevuta e quanto sarebbe grave impoverirla. Quelle linee rosa non sono soltanto il passato del Giro. Sono una promessa. Finché il Giro saprà attraversare l’Italia senza consumarla, finché saprà portare il mondo sulle nostre strade e le nostre strade nel mondo, resterà molto più di una corsa.

Resterà ciò che è sempre stato nei giorni migliori: una patria in movimento.


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COMMENTI
Giro da proteggere
11 giugno 2026 11:48 PEDIVELLA
Belle parole, chi le potrebbe avversare o negare? Però non dimentichiamoci che RCS vuole non solo organizzare ma vuole pure guadagnare, lecito, ma lo ha fatto e lo farà con le partenze dall'estero che fruttano milioni. Aggiungiamo la RAI che fa reportage da festa di paese, con siparietti inutili che col cilcismo (e la fatica dei corridori) poco hanno a che fare. Prendiamo il solito esempio del Tour (purtroppo sempre lui) l'impostazione è adeguata allo spettacolo e all'importanza della gara. Per non parlare dei partecipanti. Un Vingegaard o un Pogacar, da soli senza l'altro, monopolizzeranno corsa e classifica togliendo il sapore alla pietanza. meglio un Giro di seconde lineee (senza offesa) che risulterà avvincente fino all'ultima tappa vedi Giro 2025

PEDIVELLA
11 giugno 2026 12:48 Eli2001
insomma investiamo sulla serie B del ciclismo (con rispetto del ciclista che fatica e a questo punto anche di tutte le persone che ruotano attorno alle squadre che comunque é tutta gente che lavora e ci mette l'anima) e ci accontentiamo. Bellissimo. (Ah... della gente che lavora attorno al ciclismo esclusi i giornalisti e la Rai che é gente brutta e cattiva al soldo delle potenze straniere!).

Il cuore e il portafoglio
11 giugno 2026 13:10 Gnikke
Belle parole! Peccato che ci siano poche vene rosa in Sardegna e in Sicilia! Irrorate da un sangue meno ossigenato! Il denaro sposta le pulsazioni all’estero e si dimentica di sanguificare le nostre isole! Belle parole, davvero!

Gnikke le isole...
11 giugno 2026 18:03 VanDerPogi
...hanno sempre un problema di logistica. Le puoi mettere solo alla partenza (o all'arrivo). Se le metti a metà giro, ti tocca fare un doppio trasferimento in nave/aereo.
La Vuelta non so quante poche volte sia mai passata dalle Baleari o peggio ancora dalle Canarie, il Tour non va in Corsica da quasi 15 anni (lasciamo perdere le decine di territori francesi sparsi per gli oceani tipo Guyana, Caraibi francesi, Polinesia francese...).
Se isola sei, isola resti... parliamo di un giro che si corre in bici in fondo...

Eli2001
11 giugno 2026 19:32 Albertone
In ogni tappa del Giro 2024 hai avuto da dire, tranne dove hanno vinto gli alfieri degli emiri.
Vinceva Pogacar, era noia.
Quindi, per te cosa cambia ?
Sarà sempre un giro di serie B, tranne se non vince un vostro beniamino.

Albertone
12 giugno 2026 00:09 Eli2001
ho avuto da ridire? Cioè? Non credo che nemmeno commentavo nel 2024...

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