Varese 2008: la Procura apre un fascicolo contro ignoti

| 13/09/2008 | 10:23
Dovrà essere una bella settimana di sport e competizione ai massimi livelli: così Varese 2008, nelle intenzioni degli organizzatori e degli appassionati di una delle discipline ancora più amate in Italia e nel mondo. Il ciclismo negli ultimi anni però ci ha abituati anche a dirette che con le gare c'entrano davvero poco. Così il problema del doping in un modo o nell'altro inevitabilmente investirà la manifestazione varesina: perché, sebbene non si ricordi un solo caso di positività ad un mondiale, il doping resta la questione irrisolta del ciclismo (come di tanti altri sport, peraltro). Non a caso, la procura di Varese ha aperto un fascicolo in bianco, per atti relativi alla manifestazione sportiva: senza ipotesi di reato, né quindi iscrivendo alcun nome nel registro degli indagati. «Nessuna criminalizzazione, è solo un'azione preventiva che ho assunto di mia iniziativa, delegando il sostituto Agostino Abate» spiega il procuratore Maurizio Grigo. «Speriamo che non ci sia motivo per avviare delle indagini, anzi sono personalmente convinto che tutto filerà per il meglio. Tuttavia è bene cautelarsi, per essere pronti, nel caso dovesse presentarsi il problema». Il problema potrebbero essere i controlli a sorpresa da parte dell'Uci o della Wada, l'agenzia mondiale antidoping. Nell'eventualità, la procura varesina avrebbe pieno titolo per acquisirne gli esiti e per disporre eventuali altri accertamenti. «Uso, detenzione, smercio e somministrazione di sostanze dopanti sono reati, secondo la legge italiana» spiega l'avvocato Michele Re, esperto della materia e legale di molti ciclisti italiani e stranieri. «Ma altri paesi non prevedono il doping come reato e le stesse federazioni si comportano in modo differente di fronte a casi di atleti accusati di avere assunto sostanze proibite. Così si dà il caso di atleti che in Italia non potrebbero gareggiare e che invece la federazione del loro paese ha convocato per la gara iridata». Sullo sfondo una guerra tra nazioni: da un lato quelle del ciclismo storico, come Italia, Francia, Spagna, Belgio e Germania, unite nel perseguire il doping; dall'altro federazioni «più giovani» e più morbide, come quelle sudamericane. Dalle accuse di doping cadute nel corso dell'ultimo Giro d'Italia sull'argentino Maximiliano Richeze a quelle che a luglio hanno investito l'italiana Marta Bastianelli, campionessa mondiale, non ammessa ai Giochi di Pechino per avere assunto una sostanza proibita (un banale dimagrante). Senza dimenticare i casi dello scorso anno, ma non ancora del tutto risolti, che riguardano lo spagnolo Alejandro Valverde e il tedesco Stefan Schumacher. Ora tutti questi atleti sono iscritti al Mondiale di Varese. La loro posizione è però ancora sub iudice. Richeze, per esempio: per la federazione del suo paese, l'Argentina, la positività al "fusuremide" (un diuretico coprente) è punita con una semplice ammenda. Non così per quella italiana, per cui una infrazione del genere vale una sospensione automatica di due anni. Contenziosi ancora aperti, dunque, in una materia che la legislazione italiana affida al codice penale. Tanto basta per giustificare l'apertura di un fascicolo. da La Provincia di Varese del 12 settembre a firma di Franco Tonghini
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