VISCONTI. «SUL GALIBIER HO SALVATO LA MIA CARRIERA. ORA LAVORO PER PROTEGGERE I GIOVANI»

INTERVISTA | 05/08/2026 | 08:10
di Giovanni Acquilino

Sono tornato sul Galibier, per vivere il passaggio dell’ultimo Tour de France. Una giornata estiva, di biciclette e tifosi arrivati da ogni parte del mondo. Eppure, mentre la strada continuava a salire, nella mia testa c’era un’immagine diversa: Giovanni Visconti solo nella neve, al Giro d’Italia del 2013.


Ricordavo l’impresa, il Galibier imbiancato, l’arrivo nei pressi del monumento dedicato a Marco Pantani. Non conoscevo fino in fondo, però, la storia che si nascondeva dietro quella vittoria. Una storia che non riguarda soltanto il ciclismo, ma la salute mentale, la paura di perdere tutto e la possibilità di ritrovarsi proprio quando sembra più difficile riuscirci.


«Quella è stata la svolta della mia carriera», racconta oggi Visconti. «La mia carriera si stava bruciando per colpa di un periodo molto brutto. Venivo da un anno di crisi, attacchi di panico e attacchi d’ansia. Non riuscivo a gestirli e le cose stavano andando male. Nel ciclismo, se i risultati non arrivano per un periodo prolungato, non è che ti aspettino per sempre. Ero anche senza contratto per la stagione successiva e mi sentivo un po’ abbandonato a me stesso».

Quella mattina, prima della partenza, aveva scherzato con Stefano Allocchio: «Gli dissi: “Oggi vinco io”. La buttai lì come una battuta, perché sembrava quasi impossibile».

La corsa, però, lo mise subito di fronte allo stesso problema che lo accompagnava da mesi. Sul Moncenisio, quando Stefano Pirazzi attaccò e Visconti provò a seguirlo insieme a Pieter Weening, arrivò un altro attacco di panico.

«Era tutto come al solito, come da programma, diciamo. Avevo scherzato alla partenza, ma quell’attacco mi fece capire che sarebbe stato un casino».

Eppure, proprio lì, la giornata cominciò lentamente a cambiare direzione. «Non so neanche io come, ma riuscii a superare quel momento. Terminai la salita e rimasi da solo tra la fuga e il gruppo. In discesa cominciai a respirare un po’ meglio, mi ripresi e, piano piano, senza scattare e senza fare più sforzi esplosivi, riuscii a raggiungere e poi a staccare tutti sul Télégraphe. Da lì mi involai da solo verso il traguardo, riuscendo a conservare un buon margine e a resistere al rientro degli uomini di classifica».

Non fu soltanto una grande azione di corsa. Fu il momento in cui un corridore che temeva di essere arrivato alla fine riuscì a riprendersi la propria carriera. «Avrei potuto anche smettere. Invece ce l’ho fatta proprio quel giorno, proprio durante un altro attacco di panico. E poi, due giorni dopo, ho vinto ancora a Vicenza, con una delle azioni più belle e autorevoli che ricordi tra le mie vittorie. Il Galibier è stato una vera svolta».

C’erano anche coincidenze capaci di rendere quella giornata ancora più difficile da dimenticare: la salita legata alla memoria di Marco Pantani, il fatto di essere nato nello stesso giorno del campione romagnolo, un traguardo raggiunto in mezzo alla neve proprio quando tutto sembrava sul punto di sfuggirgli.

Ma il valore del suo racconto non sta nella retorica dell’eroe che sconfigge le proprie paure. Visconti non racconta di avere vinto gli attacchi di panico con la forza di volontà. Racconta di essere riuscito ad attraversare quel momento, ritrovare il respiro, adattare il proprio modo di correre e continuare.

Oggi osserva il ciclismo da una prospettiva diversa. Lavora con i giovani, segue soprattutto la categoria juniores e vede crescere ragazzi ai quali viene chiesto di diventare professionisti sempre prima. La sua esperienza personale gli permette di riconoscere con particolare sensibilità ciò che può accadere quando la pressione sportiva incontra una fragilità invisibile.

«Oggi la situazione può essere ancora più critica. I corridori sono più controllati, più aiutati e, in un certo senso, più coccolati come atleti. Hanno tutto ciò che serve per concentrarsi sulla bicicletta. Ma, come persone, possono essere più fragili rispetto ai nostri tempi».

Visconti non dice di vedere già negli juniores gli stessi problemi che aveva attraversato lui. Vede, però, condizioni che nel tempo possono rendere quei ragazzi più vulnerabili.

«Io non vedo necessariamente ragazzi che hanno già attacchi di panico. Vedo però una predisposizione che, dopo qualche anno, potrebbe portarli a cadere in quel tipo di problema. C’è molto più stress, molta più professionalità. La professionalità è una cosa positiva, ma a certe età può provocare una pressione mentale non indifferente».

Poi ci sono i social network, che hanno cambiato la quantità e la velocità del giudizio che raggiunge un atleta. «Sono un’arma a doppio taglio, ma molto spesso sembra che abbiano un taglio solo: quello che ti fa male. Nei momenti belli ti osannano, ma basta un periodo negativo perché comincino a massacrarti. E quel massacro può durare a lungo. Poi devi essere bravo a uscirne».

Visconti conobbe la maglia rosa e le responsabilità dell’alto livello quando era ancora all’inizio di una lunga carriera. Il ciclismo contemporaneo, però, ha anticipato ulteriormente ogni passaggio. Il talento viene individuato, misurato e corteggiato già nella categoria juniores. E domani potrebbe essere troppo tardi persino allora.

«Io seguo soprattutto gli juniores, ormai sembra quasi superfluo andare a osservare i dilettanti anche se in realtà ci sono molti corridori che hanno bisogno di quell’anno o due in più per emergere e che purtroppo non vengono più aspettati. Si sta diffondendo l’idea che, se sei arrivato nella categoria dilettanti senza essere stato già scelto, allora significa che non hai futuro. Tra qualche anno potrebbe succedere la stessa cosa con gli juniores: se da allievo non hai già contatti e da juniores nessuno ti cerca, rischi di sentirti fuori prima ancora di avere avuto davvero il tempo di crescere capire cosa è il ciclismo»

È una corsa dentro la corsa: essere notati prima degli altri e raggiungere immediatamente l’apice.

«È questo che mi fa più paura. Li vedo troppo, troppo concentrati sul dover arrivare subito al massimo».

Non è nostalgia per un ciclismo idealizzato. Visconti riconosce quanto siano migliorate la preparazione e l’assistenza agli atleti. Chiede, però, che la stessa precisione applicata al corpo venga dedicata anche alla persona.

«Bisogna avere le persone giuste accanto durante la crescita, anche dentro le squadre. Alcune formazioni stanno già inserendo figure che aiutano i ragazzi su questo piano, ma secondo me bisogna implementare ancora di più questa parte. Non si può lavorare soltanto sul livello fisico. Bisogna riuscire a mantenere adeguato anche quello mentale».

Sul Galibier, nel 2013, Giovanni Visconti non vinse soltanto una tappa del Giro d’Italia. Quella montagna gli restituì la possibilità di continuare a essere un corridore. Non sconfisse per sempre la paura. La attraversò.

Ritrovò il respiro, evitò gli sforzi esplosivi che potevano metterlo nuovamente in difficoltà e continuò a pedalare con il proprio ritmo. Vinse nella neve. La carriera che sembrava sul punto di consumarsi proseguì per molti altri anni.

Oggi guarda ragazzi sempre più giovani correre verso il professionismo. Cerca gambe e talento, ma sa che nessun numero può raccontare completamente ciò che accade dentro una persona.

Forse il lascito più profondo del suo Galibier è proprio questo: sapere che anche un corridore che avanza da solo verso una vittoria leggendaria può essere impegnato in una battaglia che, da fuori, nessuno riesce a vedere.


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COMMENTI
Complimenti VISCONTI
5 agosto 2026 08:51 pagnonce
Bellissime parole. Avendo le persone giuste durante la crescita. Questo lo potrai fare solamente quando avranno eliminato tutti i riciclati pizzicati dal doping .Solo così ci sarà nuova linfa per questo meraviglioso ciclismo.

Vicenza
5 agosto 2026 10:29 Andrella73
...quella della tappa di Vicenza fu una vittoria davvero eccezionale frutto di un'azione da autentico fuoriclasse.
Giovanni è stato un grande corridore e quando era in giornata poteva vincere qualunque corsa....
Grande campione

Galibier
5 agosto 2026 11:29 Aleimpe
Quella tappa a metà del Galbier, vero ?

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