Le maglie nere: gli ultimi della classifica generale, i primi della classifica sentimentale. Perché le maglie nere appartengono ai gregari, in perenne lotta con il tempo massimo e le energie minime. Sono loro i più umani e i più umili. I più simili a noi. L’ottava puntata è dedicata a Pietro Tamiazzo.
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Tamiazzo, il primo ultimo posto?
“Il primo ultimo fu anche l’ultimo. Milano-Marcolina, categoria allievi, una classica. Ma io non sapevo niente, in tutto avevo fatto tre allenamenti, non solo non sapevo come stare in gruppo, ma non sapevo neanche come stare in piedi, in gara caddi tre volte, tre volte mi rialzai, andai all’arrivo in bici solo perché era obbligatorio. Ultimo, appunto. Ne feci, di strada, quel giorno: 20 km da Melegnano a Milano, 60 km di corsa, altri 80 km da Marcolina a Melegnano, totale 160 km. A casa stanco morto e ferito, ma felice”.
La bici è la felicità?
“La prima bici mi fu regalata da mio padre, contadino, e a lui era stata data dai padroni, proprietari terrieri. Noi Tamiazzo eravamo in 10: padre, madre e otto figli, io il secondo della serie e il primo maschio. Poveri in canna, vivevamo di abiti usati, scarpe dismesse, giocattoli rotti. La bici, piccola, marroncina, da donna, apparteneva a uno dei due padroni. Siccome lui era – si può dire? – nano e io ero piccolo, la bici mi andava perfetta”.
Poi?
“La passione mi aveva assalito attraverso la radio. Bartali e Coppi, Massignan e Battistini… i miei eroi. Avevo cominciato su quella bici piccola, ci presi gusto e continuai su una bici usata procuratami da un meccanico-direttore sportivo, Natale Scotti a Melegnano. Dopo le elementari, il lavoro. Di notte, gli allenamenti. Uscivo alle 2, nel buio, senza luci, da Melegnano a San Colombano al Lambro, 30 km ad andare e 30 a tornare. Categoria esordienti, poi allievi e la prima corsa. Ultimo, già detto”.
Il primo primo posto, invece?
“Categoria allievi, la Pavia-Romagnese, l’arrivo in salita, a metà del Monte Penice. Vinsi per distacco. Anche quel giorno, di strada, ne feci: 30 km da Melegnano a Pavia, 80 di corsa, ma al ritorno trovai un passaggio in moto, la bici in spalla. Bici più moto, battevo tutti. Una volta, da dilettante, partii la mattina presto in moto con la bici in spalla, 180 km da Melegnano a Savona, poi 180 km di corsa fino alle Terme di Lurisia, secondo dietro a Cravero per 20 centimetri, ma vincendo 12 medaglie d’oro tra gran premi della montagna e traguardi volanti mi arricchii, quindi altri 180 km in moto con la bici in spalla per tornare a casa. Due spalle così”.
La vita era bella?
“Del ciclismo mi piaceva tutto: corse e corridori, sacrifici e valori, fatiche e speranze, strade e percorsi, e più le salite delle discese. La vita del corridore è ancora come quella di 200 anni fa: se vuoi andare, devi farla. Un po’ me la insegnavano i direttori sportivi, un po’ i compagni più esperti e più vecchi, un po’ le corse e le crisi. Da dilettante, a Castelfidardo, andai in fuga da solo a 35 km dall’arrivo, a 500 metri dal traguardo avevo 1’30” di vantaggio, all’improvviso mi prese una cotta, dalla fame non ci vedevo più, arrivai quinto a 30”, ma solo perché un compagno mi spinse e mi guidò. Il presidente dell’Excelsior mi disse: hai voluto fare il Coppi, ma il Coppi non sei. Aveva ragione. Fu una bella lezione”.
E così, gregario?
“Professionista dal 1969 al 1973, un anno alla Max Meyer, due alla Ferretti e due alla Zonca. Due Giri d’Italia, un Tour de France e una Vuelta. Giro del 1969, l’unico finito, la decima tappa, da Potenza a Campitello Matese, 254 km, conquistai il cappellino rosa. La classifica dei traguardi intermedi, non a punti, ma a tempo. Da adesso in poi – mi disse Gastone Nencini, il nostro direttore sportivo – non lavorerai più per nessuno. Neanche per Claudio Michelotto, poi secondo nella generale. Esentato dal gregariato perché al vincitore finale del cappellino rosa erano destinati tanti soldi, quanti non lo dico, certe cose si confidano solo in privato, comunque soldi da dividere con i compagni. Ci riuscii. E a Milano, nel Vigorelli, dopo i due giri d’onore di Felice Gimondi in maglia rosa, ne feci due io con il cappellino rosa. Tornai a casa con 15 cappellini rosa, uno al giorno. Poi si sa com’è, un cappellino rosa qui, un cappellino rosa là, anche un cappellino rosa donato al Museo del Ghisallo, però un cappellino rosa ce l’ho ancora io. Incorniciato”.
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