Alle 13,30, arrivando dall’itinerario fuori corsa, il gendarme che staziona alla rotatoria d’ingresso sul percorso di tappa è piuttosto burbero nei confronti dei ciclisti. Classico segno di braccia incrociate - e chi è passato è passato. Lassù si apre uno stadio da 600 mila persone.
Cronache d’ordinaria Alpe d’Huez, nulla di inedito, eppure ogni volta soprendente. Etonnante come dicono da queste parti. All’inizio della salita, ai canonici 17,8 dal traguardo, già si percepisce, non solo perchè alla fine è un dejà-vu elettrizzante e catalizzatore, quanto attende prima le auto del seguito e quindi loro, i corridori.
Sotto con i 21 tornanti, una processione diventata storia, lo sa bene il signor Maurizio di Torino, appostatosi con il camper al quinto tornante, orgoglioso di fronte alla bandiera dei Quattro Mori che tradisce le origini sarde: “mia moglie è rimasta con i nipotini, io qui sono presente pressochè ogni volta, anche quando gli italiani corrono in tono minore. Ai tempi di Pantani salivo con una muscolare, oggi sono passato saggiamente all’elettrica, che ho utilizzato anche in questi giorni. E comunque, spero di fare ritorno per applaudire uno dei nostri, consapevole della bravura di Finn”.
Un parere illuminato da parte della non troppo nutrita pattuglia italiana a bordo strada, dove poi ci siamo, ma nulla a che vedere rispetto ai tempi d’oro. Un gruppo di giovani a 8 dalla conclusione inneggia a Piganzoli, una signora cuneese, arrivata anche lei in camper già martedì (dopo sarebbe stato impossibile guadagnare l’agognato posto in prima fila) e coinvolta dall’attesa, anche se… ”stiamo finendo le scorte”. Una coppia di messicani, al km 5 dell’ascesa, è arrivata direttamente da Oltreoceano per sostenere Del Toro e mostrano una bella bandiera nazionale, altre se ne aggiungeranno in quel budello di pubblico già stretto al passaggio delle vetture di stampa e team.
All’Alpe si rinnova una commistione tra appassionati di ciclismo e spettatori più aderenti al modello di un carnevale o di un Oktoberfest, che fa sorridere i noleggiatori di caravan. Si può storcere un pò il naso quando l’ortodossia del suiver viene intaccata da gente vestita da frati, con camicie hawaiane o da scozzesi, muniti di gonnellino e confezione di birre. Dagli amplificatorii esce “Desire”, cantata in coro da persone di varie nazionalità, ma una nota di merito va a quel nugolo di supporter di Lenny Martinez, andato a cammuffare con un rudimentale cartone il monitor del computer, per evitare il riverbero del sole. Ingegnosi e interessati a capire che piega prende la tappa.
Ai 5 all’arrivo si assiste ad una quasi scientifica suddivisione dei tornanti; uno a te dicono gli olandesi, uno a me replicano i danesi. Il paesaggio di apre, consegnando alla vista lo stadio del ciclismo nel quale, di lì a meno di tre ore, Pogacar perfezionerà il veemente ritorno su Martinez e Carapaz. Il boato nei confronti di Seixas non può trasformarsi in delusione tout-court, dateci dei buonisti, ma oggi e domani si è percepita appunto la Seixasmania imperante, con tanto di gigantografia d’impatto appesa in occasione di un “virage”. Una lieve deviazione per guadagnare la parte alta del villaggio, i 1835 metri: fa ancora più impressione la vista della folla alle transenne, sullo sfondo i prati verso il Col de La Sarenne, terreno di battaglia domani. A pochi metri dalla linea d’arrivo, intanto, non esiste un millimetro di prato libero, profusione di tende canadesi che stride un pò con le quattro stelle dell’Hotel Pic Blanc, dove soggiorna la Visma Lease a Bike. Una doppia Alpe in purezza scocca nuovamente la freccia al cuore di chi ama il ciclismo, il resto lo fa sempre lui. Tadej da Komenda.
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