BETTIOL E VISCONTI, L'ARTE RARA DEL FINISSEUR

APPROFONDIMENTI | 25/05/2026 | 08:21
di Giovanni Di Trapani

Ci sono vittorie che non si spiegano soltanto con la forza. Si spiegano con l’istinto, con la lettura del momento, con quella frazione di secondo in cui un corridore capisce che la corsa ha aperto una fessura e che dentro quella fessura bisogna entrare senza esitazione. Alberto Bettiol, a Verbania, ha vinto così: non aspettando la volata, non amministrando la fuga, non calcolando al ribasso, ma trasformando l’ultima asperità di giornata nella soglia tecnica di una decisione.


La tredicesima tappa del Giro d’Italia 2026, 189 chilometri da Alessandria a Verbania, poteva sembrare una giornata di transizione, una di quelle frazioni in cui la classifica generale respira e la fuga prende possesso della scena. Ma proprio nelle tappe intermedie si nasconde il terreno più nobile del ciclismo d’autore. Sulla salita di Ungiasca, Bettiol ha lasciato che la corsa maturasse, ha misurato Leknessund e poi ha prodotto l’accelerazione decisiva. Non uno scatto qualunque: un cambio di ritmo secco, quasi chirurgico, portato nel punto in cui l’avversario aveva già investito energie e il traguardo era ancora abbastanza lontano da richiedere coraggio. Poi la discesa, le traiettorie, il rilancio, la gestione del vento. Tredici chilometri da solo: abbastanza per trasformare un attacco in una sentenza.


In quel gesto è tornata alla mente un’altra immagine, lontana tredici anni ma vicina per grammatica ciclistica. Era il 22 maggio 2013, e Giovanni Visconti vinse a Vicenza la diciassettesima tappa del Giro, da Caravaggio a Vicenza. Anche allora il finale conteneva una piccola salita, il Crosara, sufficiente non per selezionare i grandi scalatori, ma per offrire al corridore intelligente il punto di rottura. Visconti partì a circa sedici chilometri dall’arrivo, riprese chi restava della fuga, staccò Rubiano e Di Luca, pennellò la discesa e difese fino al traguardo un vantaggio che il gruppo non riuscì più a ricucire.

Bettiol a Verbania e Visconti a Vicenza appartengono alla stessa famiglia tecnica: quella dei corridori che non attendono che la corsa decida per loro, ma la costringono a prendere una forma. Il finisseur non è semplicemente un attaccante da finale. Deve avere potenza, certo, ma soprattutto tempo interiore, lucidità tattica, sensibilità aerodinamica, capacità di leggere l’organizzazione degli inseguitori. Sa che il suo margine non è soltanto nei watt, ma nell’incertezza che produce dietro di sé. Quando parte bene, il gruppo non deve solo inseguire: deve decidere chi insegue, quando, con quale convinzione, sacrificando quale interesse.

È qui che il ciclismo moderno sembra aver perso qualcosa. L’esasperazione del controllo, la centralità dei treni, la misurazione scientifica dello sforzo e la rigidità dei compiti di squadra hanno reso più raro quel gesto antico del corridore che rompe lo schema. Il finisseur vive invece nel disordine creativo. Non rifiuta la scienza della corsa, ma la usa contro la prevedibilità. Conosce soglie, pendenze, curve, distanza residua; tuttavia, nel momento decisivo, aggiunge una variabile non interamente misurabile: il coraggio di anticipare.

La vittoria di Bettiol, come quella di Visconti, ricorda che il ciclismo non è soltanto somma di dati, né pura meccanica della prestazione. È anche arte della scelta irreversibile. Quando Bettiol ha superato Leknessund vicino allo scollinamento e ha allungato verso Verbania, ha compiuto un gesto che appartiene alla migliore tradizione italiana: quella del corridore completo, capace di soffrire in salita, guidare in discesa, spingere in pianura e soprattutto sentire la corsa prima degli altri.

Una vittoria così vale più del suo ordine d’arrivo. Vale come memoria tecnica. Dice che il finisseur non è scomparso: è diventato più raro, perché oggi per riuscire deve battere non solo gli avversari, ma anche l’algoritmo tattico del ciclismo contemporaneo. Quando ci riesce, come Bettiol ieri e come Visconti tredici anni fa, la corsa ritrova una delle sue forme più pure: l’attacco che nasce da un’intuizione, diventa solitudine e arriva al traguardo come una piccola opera d’arte.


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