È da un po’ di tempo che nella mia posizione d’osservatore osservo un fenomeno strano, venuto su negli ultimi anni, ma ormai consolidato come una regola ferrea: il vero effetto collaterale del nuovo ciclismo è la sparizione di quello che nei secoli dei secoli abbiamo chiamato outsider.
Già pronunciarlo o scriverlo, questo inglesismo mette tenerezza. Anche un po’ di nostalgia. Sembra uscito da un tempo e da un mondo remoto, così lontano dall’oggi e dall’adesso da sembrare un fossile. Ci sarà sicuramente qualche ragazzino che giustamente si chiederà: outsider, e cosa cavolo è, di chi cavolo parla il Gatti. Mai e poi mai crederebbe che una volta il termine era sulla bocca di tutti, ce lo palleggiavamo prima e dopo ogni corsa, prima in sede di pronostico (sì, sembra un ossimoro, pronosticare uno fuori dai pronostici), lasciando cioè sempre uno spazio aperto tra i nomi più attesi, ma anche dopo, quando magari tutti quanti ci si ritrovava a titolare sui giornali o a dire semplicemente al bar ma tu guarda, ha vinto un outsider. Era la variabile impazzita, l’unica davvero imprevedibile, in quei tempi antichi sempre possibile e sempre in agguato.
Basta una semplice ricerca nel web per trovare una scarna definizione: “Atleta, cavallo o squadra che vince o si distingue inaspettatamente, pur non essendo tra i favoriti alla vigilia”. Outsider viene chiaramente dall’inglese outside, cioè fuori, esterno. Appunto: è la figura che prima di una gara, ragionevolmente parlando, sta fuori dai pronostici, certo non tra i più probabili signori della competizione. Ma che poi magari salta fuori da chissà dove, chissà come, e vince proprio mandando all’aria tutte le più sensate previsioni.
Ecco, partendo dalla definizione, chiedo: qualcuno sa dirmi che fine abbia fatto l’outsider nel grande ciclismo di oggi? Qualcuno l’ha visto in giro? Certo possiamo dire che ogni tanto un outsider vince ancora: mi pare proprio che Yates all’ultimo Giro possa rientrare nella categoria, sbucando alla fine, nel modo più esaltante e imprevedibile, dalla bega Del Toro-Carapaz. Ma il fatto è che oggigiorno l’outsider vince solo quando non ci sono loro, Pogacar e i suoi simili, cioè a dire quando nessuno può più essere considerato outsider, oppure quando sono tutti outsider.
Ripassiamo alla moviola le ultime annate: nelle grandi gare, diciamo giri e monumenti, è sparita la sorpresa. Il giorno prima prevedi quei nomi e a corsa fatta quei nomi si spartiscono la torta, tre quarti Teddy e un quarto i Van Der Poel, gli Evenepoel, i Vingegaard, i Van Aert, presto i Seixas. L’arte del pronostico, in cui io sono totalmente negato, ma che affascina sempre tutti quanti, è ormai diventata un esercizio impiegatizio: anche il più scimunito ormai ci prende, se non proprio centrando un nome solo, comunque nella ristretta cerchia di due o tre.
Ci sarà una bella correntona di gente che considera anche questa noia. Troppa prevedibilità, persino nei pronostici, che invece sono il campo aperto della fantasia e dell’ipotesi. Proviamo per un attimo a metterci nei panni di Angelo Costa, che su tuttobiciweb deve trovare per contratto dieci facce prima di ogni gara: lui per primo sa che che se c’è Teddy ne basterebbe una, ma come un martire si immola all’ondata degli insulti dei sapientoni che gli spiegano come dieci nomi siano troppi, perchè ne basta uno...
Per una volta non voglio schierarmi. Non per vigliaccheria, ma perché proprio non so dire con certezza se la sparizione dell’outsider sia un bene o un male. Comprendo benissimo quelli che lo piangono come vedove, perché coltivano l’estetica dell’equilibrio e dell’imprevedibilità. Ma voglio anche dire che negli ultimi anni io ho visto con i miei occhi pienoni di folle tipo Alpe d’Huez anche qui in Italia solo quando davanti passava il più scontato dei nomi, Pogacar (abbiamo presente alle Strade Bianche, sulle salite del suo Giro in rosa, al Lombardia?).
Restiamo però all’osservazione empirica: nei fatti, la possibilità che la vittoria vada a un signor Nessuno, o comunque a un esterno del cerchio magico, è praticamente ridotta allo zero assoluto. Piaccia o no, di sicuro è un merito enorme, che va riconosciuto da tutti, proprio di Teddy e dei suoi simili, come dimostrazione di grande generosità e di grande rispetto nei confronti delle sfide più nobili. Noi li pronostichiamo, magari ormai con una certa noia, ma loro sono sempre puntualmente là dove li abbiamo pronosticati, davanti, e non mi pare un fenomeno da poco. Quando il campione c’è e si spende, il pubblico non può che sentirsi gratificato. Poi certo: so già che alla prossima gara monumento sarò miseramente smentito, col trionfo di un outsider, proprio la figura di cui sto celebrando le esequie. Ma devo anche avvertire subito: da come s’è messa la storia, in quel caso non parleremmo nemmeno più di outsider, dovremmo parlare di miracolo.
da tuttoBICI di aprile