GANNA. «LA ROUBAIX TI PRENDE A PUGNI, NON PUOI AMARLA MA NEMMENO RESISTERLE»

PROFESSIONISTI | 11/04/2026 | 09:45
di Francesca Monzone

Filippo Ganna incarna il sogno italiano alla Parigi-Roubaix: a 29 anni il piemontese si sente finalmente pronto ad attraversare l’Inferno del Nord. Nel cuore della primavera del grande ciclismo, tutti gli occhi sono puntati su Pippo, che al sesto tentativo sfida ancora una volta l’imprevedibile fascino della Regina delle classiche per inseguire un sogno dichiarato: essere protagonista fino all’ultimo metro nel leggendario velodromo Petrieux.


Le sensazioni, stavolta, sembrano diverse rispetto al passato per l’olimpionico su pista. «Già alla Gand-Wevelgem avevo buone sensazioni e a Waregem ho fatto una prestazione impressionante», ha dichiarato Ganna, lasciando intendere una condizione in crescita proprio nel momento chiave della stagione. Eppure, quando si parla di questa classica, il discorso si fa più complesso. «La Roubaix è amore e odio: non sai mai come finirà. È una gara fantastica per chi la guarda, ma dolorosa e dura per il corpo. Il pavé si può amare davvero? Difficile. Non credo che la Roubaix si riesca ad amarla davvero. Appena entri sul primo tratto di pavé, speri sia già l’ultimo. Ma bisogna affrontarla».


Parole che raccontano perfettamente l’essenza dell’“Inferno del Nord”, che non concede certezze e negli anni ha spesso respinto anche i corridori più forti. Lo stesso Ganna lo aveva ammesso già nel 2025: «Paura dell’Inferno? Nessuna. Quanto alla Roubaix, devo provarci ogni volta che posso. Non ho mai trovato il momento giusto, arrivandoci spesso un po’ in calo di forma. Chissà, magari nel 2026 la storia cambia. Ciò che voglio è lottare fino all’ultimo metro nel velodromo. Senza paura. L’Inferno del Nord suscita in me tanti sentimenti, ma paura, mai».

Un rapporto fatto di rispetto, più che di amore. Nonostante oggi sia uno dei protagonisti più attesi, Ganna non è sempre stato affascinato da questa corsa. «Ho iniziato ad assaggiare la Roubaix nelle giovanili, con la Nazionale. Poi, da dilettante, con il team Colpack (ha vinto nel 2016 la Roubaix Under 23, ndr). Ma non è che da casa la guardassi tanto in televisione, mentre per esempio la Sanremo era un appuntamento fisso. Poi, a poco a poco, la passione è salita. In tv, comunque, è tutto bello. Quando la devi fare veramente, il discorso cambia...».

Il suo racconto si fa ancora più crudo quando TopGanna descrive la fatica fisica: «Se ami la Roubaix vuol dire che c’è del sadismo dentro di te. Non puoi volere bene a una corsa per la quale nei giorni successivi hai male ovunque. Le mani distrutte, il sedere lo stesso». E ancora: «Il tuo avversario sono quelle pietre, a cominciare dal fatto che non ce n’è una uguale all’altra. Qualcuno ha detto che è come stare in una lavatrice, io sostengo che è simile al ricevere dei pugni».

Nonostante tutto, il richiamo della storia resta irresistibile. Dalle pietre leggendarie alle iconiche docce del velodromo, dove viene apposta una targhetta con il tuo nome inciso per sempre accanto a quello dei grandi campioni. Un pensiero che, a volte, sfiora anche Ganna: «Sa che a volte penso che… Che se vincessi una volta la Roubaix, poi potrei anche non correrla più. Però poi penso pure: vuoi mettere la soddisfazione di presentarsi al via l’anno successivo con il numero uno?».

Qualche anno fa, andò a trovare il suo idolo Francesco Moser nel maso di Villa Warth e rimase incantato ad osservare il blocco del pavé del trentino (vincitore tre volte della Roubaix), esposto nel museo. Oggi è lui a inseguire quel simbolo, consapevole che la Roubaix non si conquista soltanto con la forza, ma anche con la capacità di convivere con il dolore. Il 2026 potrebbe davvero essere l’anno della svolta. Oppure l’ennesimo capitolo di una sfida senza certezze. In fondo, è proprio questo il fascino eterno della Regina del pavé.


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