L'ORA DEL PASTO. CLAUDIO VILLA E QUELLE AVVENTURE DI NOTTE IN BICI ALLE TRE FONTANE

STORIA | 11/03/2026 | 08:18
di Marco Pastonesi

La prima fu una Singer, la macchina per cucire della mamma, orlatrice: “Qualche volta mi mettevo di fronte a lei e, con i miei piedini, l’aiutavo a spingere il pedale della macchina: credo sia stato il mio primo lavoro”. E bicicletta.


La seconda fu un triciclo: “Croce e delizia di Carmelo lo stagnaro”. Collegate al triciclo anche “le soste, sempre al solito posto, come i cani, per fare la pipì”.


La terza, o forse la quarta, o comunque la più bella fu una Neri: “Acquistata non so come”, “ero riuscito a installare un portabagagli capace di contenere almeno venticinque fiaschi”, li riempiva di acqua minerale e li distribuiva, il suo lavoro dopo aver esaurito le classi elementari.

Non solo moto e auto, ma anche bici per Claudio Villa, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita (venerdì, alle 11, a Roma, nell’Auditorium dell’Istituto Centrale dei Beni Sonori e Audiovisivi, in via Caetani 32, un evento fra documenti e testimonianze, anche per l’annullo filatelico del francobollo commemorativo). Romano, trasteverino, con 3200 brani registrati e 42 milioni di dischi venduti, 13 partecipazioni al Festival di Sanremo e quattro vittorie, nonché una trentina di film, Villa (ma Pica all’anagrafe) è stato il Reuccio della canzone. E anche della sua passione a pedali si racconta nell’autobiografico “Una vita stupenda” (Mondadori, del 1987, con l’aiuto di Gianni Borgna).

C’è la storia di un’impresa, da “acquacetosaro”: “Un bel giorno partii pieno di speranza in direzione delle Tre Fontane, dove allora vi era una sorgente di acqua minerale, meta di improvvisati clienti. Naturalmente sorse subito il problema di come battere in tempestività i miei concorrenti, che, con ben più potenti mezzi, assai più veloci dei miei muscoli, riuscivano puntualmente a precedermi e a portare in perfetto orario i fischi d’acqua minerale ai propri clienti”. Il piccolo Claudio era sveglio: “In considerazione del fatto che la sorgente si trovava a quindici chilometri da Roma, capii subito, mio malgrado, che l’unica soluzione possibile era quella di partire nel cuore della notte per arrivare alla fonte prima dell’alba, cioè prima di tutti gli altri”. In queste operazioni Claudio aveva trovato un compagno, o forse complice, uno strano tipo di nome Albino: “Per la verità, non ricordo bene se quello fosse il suo vero nome o se lo chiamassi io così a causa dei suoi occhi e delle sue pupille, talmente bianchi da procurargli, di notte, una cecità pressoché assoluta”.

A quei tempi – era il 1937 – l’illuminazione stradale finiva dove più tardi sarebbe sorto l’Eur. E la bicicletta era “priva sia della luce davanti che di quella didietro”. Finché in uno dei tanti appuntamenti a Porta San Sebastiano, Claudio e Albino fecero conoscenza di un altro “abusivo”, dotato però di una Moto Guzzi adattata a furgone e capace di contenere non meno di cinquecento fischi, cioè dieci volte di più: “Una sera, mentre noi due stavamo per imboccare la solita strada polverosa in direzione della fonte, constatammo con nostro grande rammarico che un furgone carico di fiaschi ci stava superando a grande velocità. Tentammo una rimonta, ma inutilmente. Il ‘Nuvolari’ era già arrivato a destinazione e si accingeva a riempire i fiaschi”.

I due si ingegnarono: “Fissammo l’orario di partenza con un’ora di anticipo per arrivare alla fonte sempre e immancabilmente prima di lui. Una volta arrivati all’imbocco della stradina polverosa, deponevamo le biciclette ai lati e iniziavamo a controllare attentamente ogni faro di luce proveniente dall’ultima rampa prima della fonte”. Risultato: “Non appena intravedevamo la luce e riconoscevamo il rumore della Guzzi, inforcate le biciclette, in un batter di ciglia, neanche fossimo Binda e Girardengo, eravamo arrivati alla fonte con una tale gioia che ci si poteva leggere in faccia anche al buio”.

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