LAURENT BEZAULT E LA STRATEGIA DELL’UCI PER IL CONTINENTE: «VI PORTO NEL CICLISMO AFRICANO»

APPROFONDIMENTI | 01/03/2026 | 08:18
di Aldo Peinetti

«Più biciclette e più corse? La ricetta per il ciclismo africano è questa» racconta Laurent Bezault nella hall di un albergo a pochi metri dalla partenza di Musanze. Prossimo al traguardo dei 60 anni, il transalpino, ex professionista di Toshiba, Z e Gan, parla - in perfetto italiano - con cognizione di causa, perchè frequenta il Continente in lungo e in largo da tantissimi anni, fino ad aver supervisionato il perfetto svolgimento della rassegna di Kigali.


Quando è iniziato il percorso di consigliere Uci per l’Africa?


«Nel 2001, Aso mi propose di occuparmi di una manifestazione di grande tradizione come Tour Tropicale de Amissa Bongo in Gabon, oltre a seguire il Tour di Burkina Faso, Paese a cui sono legato anche da motivi famigliari, visto che mia moglie è di Ouagadougou. Ho seguito la competizione fino al 2008, accompagnandola ancora per un biennio. Da allora, ed ancor più quando ho iniziato una collaborazione strutturata con l’Unione Ciclistica Internazionale (per conto della quale Bezault segue oggi anche la strategia di sviluppo in Asia e in America, ndr), mi sono soffermato sull’attività in Burkina, Gujana, Costa d’Avorio, Congo, accumulando esperienza che si rivela preziosa oggi».

Qui in Rwanda l’eredità del Mondiale già si coglie?

«Uci con il suo Presidente sin da subito ha immaginato come la rassegna iridata fosse un momento di svolta ben oltre i confini di una nazione che ha organizzato benissimo l’evento, basandosi sulla premessa forte di quel Tour du Rwanda che, lo vediamo in questi giorni continua a polarizzare attenzione. I Mondiali sono stati un evento con spinta propulsiva anche per altri Paesi africani, anche perchè questo Continente sa uscire dalla narrazione problematica per manifestare ambizioni e proporsi come ribalta in cui il ciclismo può e deve trovare piena riuscita».

Restando sul versante agonistico, la vastita dell’Africa è ostacolo non facile da superare…

«Si, innanzitutto partiamo dalle dodici corse dell’Africa Tour ma possiamo arrivare a 30, incoraggiando anche le gare classificate 2.2. di vecchia e nuova tradizione, Se si raggruppano per aree geografiche le manifestazioni, concentrandole in un determinato periodo limitato, si possono moltiplicare le corse. Ah, pensiamo al Maghreb: Marocco, Algeria e Tunisia o Mauritania, con gli appuntamenti agonistici possono richiamare anche compagini dall’Europa, del resto ben più vicina… che il Sudafrica».

Da ormai vent’anni il World Cycling Center, ex Centre Mondial du Cyclisme, è una struttura da cui passano i corridori africani verso il professionismo: a che punto siamo?

«Paarl, in Sudafrica, seleziona talenti a cui proporre un programma di qualità: i risultati ci sono, eclatante quello di Biniam Girmay. Ma il legame tra il centro sudafricano ed Aigle, come sede di stage, è solo parte di una strategia più ampia, volta alla creazione di centri satellite come quello sorto un anno fa in Rwanda. E poi c’è la cornice del Global 28, che mira a favorire l’avvicinamento ai Giochi di Los Angeles».

Qui a Kigali fa piacere vedere all’opera meccanici e giudici…

«Sì, il trasferimento di conoscenze in loco era e resta fondamentale, stiamo riscontrando interesse verso le iniziative volte a creare nuovi profili. Quanto ai coach, sicuramente possono esercitare una funzione preziosa quei corridori più esperti, reduci da esperienze internazionali (è il caso dell’etiope Tgsabu Grmay, qui con Team Amani, ndr)».

Con una simile popolazione giovanile, come soddisfare il fabbisogno di bici senza che diventi goccia nel mare?

«Esiste un programma solidarity e personalmente credo che sia limitante, anche se encomiabile, portare in questo o quel contesto qualche bicicletta usata. Pensiamo invece ai risultati che può portare una Academy, scuole di ciclismo da favorire l’avvicinamento alle due ruote in modo mirato, per poi intercettare con le categorie agonistiche i giovani coinvolti».

E l’effetto di Biniam Girmay o di Kimblerly Le Court: quanto è potente? “

«Tantissimo, nel caso di Bini calatto nella grande tradizione eritrea, anche se parliamo di individualità di spicco e come Uci abbiamo il compito di crescere una generazione di corridori che frequenti un calendario di gare strutturato su scala continentale. Badando ai contesti locali potremo un giorno vedere un rwandese rivaleggiare alla pari dei migliori nel Tour du Rwanda, il cui format va comunque preservato, poichè dà spazio ai sodalizi di casa e alle nazionali africane».

Eppure si parla insistentemente di una corsa World Tour da queste parti: è vero?

«Se n’era accennato in occasione dell’incredibile dimostrazione organizzativa offerta durante il Mondiale. Verranno fatti i dovuti approfondimenti con i vari interlocutori e perdonerete la cautela da addetto ai lavori. Ho però la certezza che il potenziale di tutto l’African cycling sia enorme: metterlo a frutto è una sfida molto stimolante».

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