L'ORA DEL PASTO. GIRO DI SARDEGNA 1965, LA RESURREZIONE DI MEO VENTURELLI - 2

STORIA | 26/02/2026 | 08:00
di Marco Pastonesi

La prima tappa di quel Giro di Sardegna del 1965 cominciò con uno scatto di Taccone dopo cinque chilometri e un allungo di Anquetil dopo quindici. La prima ora trascorse a trenta all’ora, la seconda poco di più, un’andatura che si sarebbe definita turistica, finché al km 61, lanciato dal commendatore Enrico Uccellini, scattò Gilberto Vendemiati, uno dei sei non accasati. E la corsa s’infiammò.


Sulla lunga salita verso Genna Silana si formò un gruppo con Aldo Moser, Adorni e Van Looy, fra i nove fuggitivi anche Meo Venturelli, un altro dei sei non accasati, il pupillo di Uccellini. Quando Anquetil e Mugnaini riuscirono a riportarsi sui nove, Venturelli e Van Looy partirono in contropiede. Sul gpm Venturelli batté Van Looy allo sprint. Nella lunga discesa Venturelli forò, venne ripreso da Moser, i due collaborarono e si riportarono su Van Looy. Tre uomini in fuga, uno di loro al comando, ed era sempre Meo, in giornata di grazia, a tirare. I tre diventarono due quando Moser, a una cinquantina di chilometri dall’arrivo, cedette al ritmo imposto da Meo. Il vantaggio di Venturelli e Van Looy si dilatava. All’arrivo – nella cronaca di Rino Negri sulla “Gazzetta dello Sport” – “Rik Van Looy, che si rifiuta di condurre da alcuni chilometri (e lo potrebbe perché non è in grado di soffrir pause e pedala sempre benissimo) infila disinvoltamente Venturelli, il quale da parte sua non lo contrasta neppure”. La media, a questo punto, sfiora i quaranta e mezzo. Il gruppo giunge sgranato a oltre cinque minuti.


A seguire il Giro di Sardegna, per la Rosea, c’era anche Bruno Raschi, il Divino, che firmò il pezzo che apriva la prima pagina del giornale. Occhiello: Un Sardegna alla rovescia. Titolo: Van Looy ha già vinto – Venturelli (superbo) secondo. Sottotitolo, riferito a Meo: ricomincia una carriera? L’attacco del pezzo: “Ciclismo di tutte le antitesi, assurdo ed entusiasmante a seconda di come lo si consideri. Quanto possa durare questo entusiasmo particolarissimo è difficile dirlo. Forse soltanto oggi”.

Se la vittoria statistica toccò a Van Looy, quella morale (la sua moralità era, anche quella, particolarissima, nonché parecchio discutibile) spettò a Venturelli. Raschi: “L’unico che in linea teorica sia rimasto a contrastarlo è un italiano incredibile, Romeo Venturelli, un corridore che ci è parso resuscitato e che ripropone questa sera un dilemma del quale nessun tecnico può intravedere la soluzione, la fine. Il caso Venturelli, difatti, sconfina dal piano tecnico su quello umano e merita di interessare simultaneamente il medico e lo psicanalista. Dietro questo atleta singolare e perfetto, dalla struttura che sembra ancora intatta, dietro questo ragazzo dalle reazioni sorprendenti, dai moti inconciliabili, meriterebbero di scomodarsi Freud e Lombroso, tanto questi interessa la loro dottrina, le loro teorie…”.

Raschi continuava sottolineando anche il ruolo dello stratega dietro Meo: “Ma il caso, si vede, è molto più semplice, se è vero che a rimettere in sesto Venturelli, a ridargli una carica, è stato un appassionato romano, Enrico Uccellini, un ex-corridore che non dev’essere ovviamente un empirico se è riuscito in un’impresa tentata più volte e sempre fallita da tecnici ritenuti illustri, come Bartali ad esempio, come Giorgio Albani: se ha fatto da solo, con piccoli mezzi propri, domestici, ciò che non erano riusciti a fare altri, ricchi ed attrezzatissimi”. Raschi continuava anche spiegando che “quest’oggi, nei disperati, aerei panorami di Genna Silana, ci è parso riecheggiare dietro il Venturelli che saliva, trascinando Van Looy, l’entusiasmante profezia di Coppi: ‘Questo è un ragazzo al quale la natura ha concesso a dovizia le virtù che allo stato puro fanno il campione…’. Sulle grandi spirali che nello svolgersi dei chilometri, tra aspri dirupi e fantasmi rocciosi, portavano ai mille metri della Cantoniera di Genna Silana, Venturelli sembrava facesse dell’accademia al terzo grado, la grande figura perfettamente distesa sul telaio, le spalle quasi immobili, il ritmo sempre uguale delle due lunghe leve che accarezzavano i pedali”.

(fine della seconda puntata – continua)


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