L'ORA DEL PASTO. IL GIRO DI SARDEGNA (1965) DEL COMMENDATOR UCCELLINI / 1 - GALLERY

STORIA | 25/02/2026 | 08:20
di Marco Pastonesi

Sveglia all’alba, raduno alle sette e dieci al Santuario di Bonaria, partenza alle otto. La prima tappa del Giro di Sardegna del 1965, martedì 2 marzo, la Cagliari-La Caletta di 280,8 km.


Sull’elenco dei partenti, cinquantaquattro in tutto, cinque o sei corridori di otto squadre (Salvarani con Adorni, Pambianco e Taccone, Ford-Gitane con Anquetil e Stablinski, Solo-Superia con Van Looy e Sels, Maino con Mugnaini e Aldo Moser, Bianchi-Mobylette con Baffi e Zandegù, Legnano con Sambi e Schiavon, Cynar con Hoevenaers e Maurer, Ignis con Cribiori, Poggiali e Vigna), c’è anche una squadra di “non accasati”, professionisti disoccupati, isolati riuniti e diseredati organizzati da Enrico Uccellini con la maglia biancazzurra della Libertas Lazio. Dorsale 43: Romeo Venturelli, detto Meo, modenese di Sassostorno di Lama Mocogno. Dorsale 44: Roberto Nencioli, toscano del Mugello, Borgo San Lorenzo, a due passi da casa Nencini. Dorsale 45: Livio Trapè, l’Airone di Montefiascone, nel Viterbese lungo la Cassia, patria anche di Sante Ranucci. Dorsale 46: Danilo Ferrari, veneziano di Chioggia. Dorsale 47: Gilberto Vendemiati, da Ferrara. Dorsale 48: Giovanni Garau, cagliaritano di Santa Giusta.


Uccellini era un direttore sportivo che faceva un altro lavoro: raccoglieva pubblicità per le pagine dello spettacolo (cinema, teatro, concerti…) dei quotidiani romani (Messaggero, Tempo, Paese Sera…). La passione per il ciclismo lo aveva aggredito da giovane: negli anni Trenta, con la maglia della Concordia di Roma, faceva parte di un quartetto – con Elio Rimedio, poi c.t. dell’Italia dilettanti, Pirandello e Colantoni – quasi imbattibile nelle prove a squadre. E il ciclismo era rimasto al centro del suo cuore e anche della sua mente: sognava in grande, intanto nel suo piccolo si prodigava, scoprendo corridori e dedicandosi a loro. Lo chiamavano “il commendator Uccellini”.

“Per me – racconta Eraldo Bocci – era come un padre. Mi seguiva, mi accompagnava, mi confortava, venne anche al mio matrimonio. Pochi corridori, ma buoni. Applicava le sue teorie di allenamento e preparazione, le tabelle nelle uscite e le regole nell’alimentazione, ricordo una bibita contro i crampi, metà bicarbonato e metà sali minerali, inedita. Ricordo che ci seguiva con la sua auto, una Citroen o forse una Peugeot. Lavorava prima con la Faema Preneste, che aveva sede a Roma in un bar in via Fanfulla da Lodi 68 sulla Prenestina e dove aveva corso anche Vittorio Adorni, poi con la Libertas Lazio, legata alla Democrazia Cristiana, e così in qualche modo a Giulio Andreotti. Il suo obiettivo era riuscire a farci passare professionisti”.

Uccellini veniva chiamato commendatore – spiega Gigi Sgarbozza - non perché lo fosse, ma perché lo sembrava. Sapeva parlare, muoversi, comportarsi, atteggiarsi. Un tipo alla Federico Fellini”. Uccellacci e… Uccellini. Ancora Sgarbozza: “Il commendatore Uccellini era all’avanguardia, aveva metodi insoliti, si diceva che li studiasse li copiasse, li adattasse. I suoi corridori li faceva allenare al massimo, a tutta, a tavoletta, a testa bassa. Lungo il percorso degli allenamenti fissava traguardi volanti o gran premi della montagna con premi in denaro per stimolare la concorrenza, la rivalità, la velocità. A volte gli allenamenti erano così duri e intensi che però i suoi corridori arrivavano alla corsa già sfiatati”.

“Venivo da Arlena di Castro, dalla provincia di Viterbo, avevo una bici usata di tre misure più grande – ricorda Bocci -. Ma in una corsa a Pomezia battei tutti in volata. Uccellini mi avvicinò e mi ingaggiò. E mi procurò subito una bici a mia misura”.

(fine della prima puntata – continua)


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