LE STORIE DEL FIGIO. TOUR D'ANTAN, QUEI DUE MARCEL SEDUTI SUL MANUBRIO DELLA BICI...

STORIA | 24/01/2026 | 08:12
di Giuseppe Figini

Un post su FB di Giancarlo Gavazza di qualche giorno fa propone un’immagine suggestiva che, letteralmente, “parla” e spiega più di mille parole quello che era il ciclismo, anche il ciclismo di vertice del Tour de France.


La foto è stata scattata al ritrovo di partenza della 23^ ed ultima tappa del Giro di Francia 1954, la Troyes-Parigi di km. 188 con arrivo sulla pista in cemento rosato che era situata nell’area “multidisciplinare “si definirebbe oggi, del Parco dei Principi. Per diversi anni, ben cinquanta per la precisione, fino al 1967, è stato traguardo conclusivo della Grande Boucle.


Troyes è una bella e storica città con monumenti medievali importanti nel nord-est dell’Esagono. La città è stata la prima sede di Lacoste, fondata appunto dal grande tennista parigino Renè Lacoste, con la maglia polo caratterizzata dal coccodrillo stilizzato sulla parte sinistra del petto che, ben presto, raggiunse valenza e diffusione mondiali in diversi settori della moda e dello sport, mai declinanti. Coccodrillo era il soprannome dato dalla stampa al campione per la sua tecnica e tattica aggressiva, feroce.

La foto rappresenta, a sinistra il lussemburghese Marcel Dierksen e il belga Marcel Hendrickx seduti sui manubri delle loro biciclette. Due corridori non di primissimo piano che, comunque, erano accomunati oltre che dal nome di battesimo, da un palmarès non eccelso, come rivela Wikipedia, anche se per il belga figurano due vittorie – nel 1954 e 1955 – nella classica Parigi-Bruxelles. Assai più sintetico è quello del lussemburghese che, in quel Tour, era la “lanterne rouge” della graduatoria generale, con oltre sei ore di ritardo sul vincitore della maglio gialla, Luison Bobet.

È l’equivalente della nostra maglia nera. Il termine francese, d’intuibile traduzione, indica la luce rossa che segnalava nella parte posteriore di un veicolo, sia commerciale, sia agricolo e anche di un convoglio ferroviario, la presenza a quelli che seguivano.

Evidentemente i villaggi di partenza, con le attuali moderne strutture d’accoglienza per corridori, aventi diritto a vario titolo, addetti ai lavori e varia umanità munita di “pass” erano di là da venire e la delimitazione degli spazi pure era assai spartana con barriere in legno.

La curva del manubrio con le bici stese a terra equivaleva alle sicuramente più confortevoli poltroncine di oggi.

Un bene? Un male?. Ai posteri l’ardua sentenza personale…

Per la cronaca, sulla pista del Parco dei Principi s’impose in volata su un gruppetto di cinque il francese Robert Varnajo, dotato di spunto veloce su strada e su pista, buon stayer, con una quindicina di stagioni da professionista all'attivo.

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