BETTINI ALL'ATTACCO: «MANCA LA VOLONTA' DI DISCUTERE PER GARANTIRE UN FUTURO AL CICLISMO»

INTERVISTA | 01/12/2025 | 08:30
di Francesca Monzone

A 51 anni Paolo Bettini, oltre ad avere gli occhi più critici e attenti sul panorama ciclistico, con la compagna e attrice Marianella Bargilli sta portando in giro per l'Italia "Pedale Rosso", in cui unisce impegno sociale e cultura con l'obiettivo di sensibilizzare la comunità sul tema della lotta alla violenza di genere e per la parità dei diritti. Ma il cuore batte sempre per la bici, e come sempre il campione livornese è molto schietto: «Nel ciclismo di oggi c'è confusione di pensiero e di progettualità».


Paolo, a che cosa ti riferisci?


«Da una parte ci viene detto il ciclismo sta bene, dall'altra, che invece tocco con mano, mi sembra di capire che non va per niente bene. La confusione? Non mi sembra che ci sia ancora la volontà di fermarsi seriamente a un tavolo per capire cosa dobbiamo fare per il ciclismo. Per prima cosa dobbiamo iniziare a scambiarci idee. Nessuno ha la pozione magica, ma sono convinto che siamo passati da uno sport molto individuale a uno molto di squadra. Siamo tanti che possiamo dare un contributo al ciclismo e insieme possiamo fare la differenza. Bisogna iniziare a scambiare idee e opinioni, ad analizzare i dati per capire veramente cos'è il ciclismo oggi. Cos'è stato, lo sappiamo, ma soprattutto cosa deve diventare il ciclismo? Perché è un'evoluzione continua e la vita che viviamo oggi è molto più veloce di quella che abbiamo vissuto 25 anni fa».

I giovani professionisti di oggi, che vincono tanto, rischiano poi di annoiarsi?

«Le carriere oggi sono molto molto più brevi rispetto alle nostre. Noi abbiamo iniziato da ragazzini molto piccoli, abbiamo iniziato per passione, abbiamo iniziato perché la passione ce l'hanno trasmessa in famiglia. Ci siamo costruiti, abbiamo vissuto sulla strada, poi siamo arrivati al professionismo e abbiamo continuato a sognare, anche guadagnando. Oggi è tutto e subito, e qui rientro nell'argomento confusione. C'è un cambio radicale su quello che è l'approccio alla professione, non c'è più la linearità di categoria: una volta la categoria under 23 era stata pensata per tutelarli i giovani, oggi è una categoria che non serve più e ce lo dice l'Uci, che non organizzerà nemmeno più il campionato del mondo under 23. Questo vuol dire che i professionisti vengono già intercettati da allievi, cioè a 15-16 anni, e a 17-18 devi già girare intorno a una grande realtà professionistica con le "Development", le squadre satellite. E a 21 anni se non hai vinto un Tour inizi a diventare vecchio. È cambiato il ciclismo e noi soprattutto in Italia siamo ancora legati al vecchio pensiero. Ma i ragazzi di oggi, quando toccano il professionismo e vincono, guadagnano tanti di quei soldi che è vero che passano a 20 anni ma non arriveranno a 30. Più di dieci anni di carriera io scommetto che difficilmente li faranno».

Tra i nomi dei giovani, si parla molto di questo francese Seixas: che cosa ti sembra?

«È il frutto di una nazione che noi prendevamo in giro quando ero professionista io: la Francia non aveva più un movimento, non aveva più atleti, aveva due squadre messe lì che, dicevamo, erano più politiche perché dovevano starci. Hanno sofferto forse più di noi ma oggi, ogni anno, ci danno un nome nuovo, un qualcuno su cui scommettere. È arrivato Alaphilippe e poi ne sono arrivati tanti. Hanno costruito il ciclismo e ogni anno, ripeto, ci danno un nome sul quale loro scommettono, e noi ci divertiamo a capire se sarà o non sarà. Noi, giovani così non li abbiamo».

Veniamo proprio all'Italia.

«Io voglio augurare al ciclismo italiano di avere l'umiltà di guardarsi negli occhi, di guardarsi dentro tutti, e di avere il coraggio di iniziare a cambiare. Regalare una bella bici ai più piccoli, fargliela trovare sotto l'albero? È il primo passo. In Italia sta morendo il ciclismo a tutti i livelli e sta morendo soprattutto il ciclismo giovanile, non basta una bicicletta, ma serve, si parte da questa, ma poi c'è da fare un grande lavoro di base».

Facciamo qualche nome.

«Ne abbiamo veramente pochi. Abbiamo Jonathan Milan che ci farà divertire con le sue volate, abbiamo Filippo Ganna che l'abbiamo visto un po' trasformato, io spero che si trasformi ancora un pochino perché secondo me una Roubaix potrebbe veramente provare a vincerla per il fisico che ha. C'è poi Ciccone, che è l'uomo più solido che abbiamo, con alti e bassi, però quando è nella sua fase alta ci dà grandi soddisfazioni».

E Lorenzo Finn?

Mi piace molto, e mi piace molto il modo in cui lo stanno gestendo alla Red Bull-Bora Hansgrohe Rookie, una di quelle squadre Devo di cui parlavo prima. Potrebbe essere veramente quello che abbiamo detto prima no? Il giovanissimo da prendere e buttare nella mischia: lo stanno ancora tenendo là, lo stanno ancora facendo crescere con tranquillità, e questo è importante. Secondo me potrà fare grandi cose, veramente».


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