L'ORA DEL PASTO. I SILENZI DI ALFREDO

LIBRI | 03/02/2021 | 07:40
di Marco Pastonesi

Era un uomo di parole, Alfredo Martini. Né tante né poche: giuste. Né tonanti né squillanti: profonde. Né banali né scontate: necessarie. E solenni, quando ricordò la figura di Fiorenzo Magni nel Duomo di Monza. E poetiche, quando recitò “La sposa infedele” di Federico Garcia Lorca agli azzurri che celebravano l’oro mondiale di Alessandro Ballan (e anche l’argento di Damiano Cunego) a Varese nel 2008. E leggere, sempre.


Era un uomo di parole, Alfredo Martini. Negli scritti, nei discorsi. Nelle relazioni, negli articoli, sui libri, sui diari. Oppure a voce, al telefono, al microfono. Il volume, basso, esigeva una muta attenzione. Il tono, pacato, trasmetteva tranquillità, comprensione, tolleranza. La scansione, nitida, non lasciava dubbi e intanto misurava, calibrava, pesava.


Era un uomo di parole, Alfredo Martini, ma anche di silenzi. Le pause fra una parola e l’altra, gli intervalli fra una frase e l’altra, perfino le mancate risposte, le assenti repliche. Di una sensibilità teatrale. Di una liturgia religiosa. Di un gusto letterario. Da autodidatta. Frequentando le biblioteche, correndo sulle strade, calpestando i marciapiedi. Umanesimo operaio, umanità ciclistica. I suoi silenzi erano umani e musicali. Miles Davis sosteneva che il suono perfetto era il silenzio. Forse il silenzio è anche la parola perfetta.

“I silenzi di Alfredo Martini” è un bel titolo: perché se è vero che di lui si ricordano le parole, è anche perché quelle parole vivevano sui silenzi, brevi e intermittenti, oppure lunghi e maestosi. Franco Quercioli è un degno autore: ottant’anni, fiorentino, maestro elementare, dirigente sindacale, giornalista, ha scritto “Gino e Fausto – Una storia italiana” (2014) e “La speranza correva a sinistra – Cronaca familiare di maestri e biciclette” (2017). E Ediciclo è la casa editrice ideale: perché ha pubblicato non solo i precedenti libri di Quercioli, ma anche “La vita è una ruota” (2014), che lo stesso Martini aveva scritto su di sé con la mia collaborazione da gregario.

“I silenzi di Alfredo Martini” (con la prefazione di Eugenio Giani e una nota biografica di Gino Cervi, 80 pagine, 10 euro) è una dichiarazione di amore di Quercioli per quello che lui considera, dopo don Lorenzo Milani (che dette vita alla Scuola di Barbiana) e padre Ernesto Balducci (studioso e scrittore), il suo terzo maestro. E qui racconta i loro appuntamenti, incontri, impegni, progetti, dialoghi, perfino quelli che si trasformavano in monologhi, Quercioli che parlava e spiegava, Martini che ascoltava e rispondeva con i suoi silenzi.

Già, i silenzi – umani - di Alfredo Martini. Il più sofferto quello sulle vicende politiche di Fiorenzo Magni. “L’amicizia che lo legava a Fiorenzo – pagina 41 – andava protetta con il silenzio, tanto quella amicizia era preziosa per lui. Quel silenzio nasceva dal rispetto che lui aveva per l’amico. Di più, era il rispetto per il sentimento che lui provava: l’amicizia”. E ancora: “Forse fu proprio il silenzio di Alfredo – pagina 43 – che mi fece capire la forza straordinaria di quella amicizia e il rispetto che essa meritava”. Il più rigoroso quello sulle vicende estreme di Fausto Coppi. “Alfredo mi aveva ascoltato – pagina 46 – intensamente, mai come in quel momento l’avevo sentito così partecipe. Il suo silenzio fu ancora più lungo del solito. Poi disse a bassa voce scolpendo le parole: ‘Vedi, la morte di Fausto è un mistero. Nessuno lo saprà mai’”.

Qua e là, nei silenzi, camminano le figlie e i nipoti di Alfredo, Paolo Bettini e Davide Cassani, Franco Ballerini e Marco Mordini. Qua e là, nei silenzi, ritorna l’immagine di Vincenzo Nibali ai Mondiali di Firenze 2013. Qua e là, nei silenzi, riecheggiano le figure di Sandro Pertini ed Enrico Berlinguer. Qua e là, nei silenzi, appare la pista ciclabile intitolata ad Alfredo Martini nella sua Sesto Fiorentino. Qua e là, nei silenzi, risuonano i passi di Quercioli in pellegrinaggio spirituale in via Giusti 7.

Si sono conosciuti tardi, Martini e Quercioli. Ma c’era intesa. Quercioli non intende – è chiaro – appropriarsi di alcuna eredità ciclistica o culturale di Martini, né elevarsi o proclamarsi. Nessuno oserebbe mai farlo, tale è la differenza abissale fra la grandezza (l’immensità?) di Alfredo e la pochezza (il nulla?) di tutti gli altri. Ma la testimonianza di Quercioli è preziosa. Lo stesso Martini – il 18 febbraio ricorrerà il centenario della nascita - avrebbe apprezzato la memoria, l’omaggio, anche, anzi, soprattutto, il rispetto.

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COMMENTI
dal Corridore al Patriarca
3 febbraio 2021 16:19 canepari
Prima che Alfredo ci laciasse eravamo ormai convinti che sarebbe rimasto per sempre con noi. A costo di essere blasfemi avremmo giurato che fosse eterno, divino, santo. Lui c’era già quando nei primi anni trenta sul Passo della Futa, estasiato vedeva la “Locomotiva Umana” e “il Trombettiere di Cittiglio” darsele di santa ragione in un epico Giro di Toscana; e c’era già prima della guerra quando lottava con i pedali dei ragazzi del Führer e del Drittes Reich alla Monaco Milano, corsa a tappe voluta dalla propaganda. C’era, e studiava le mosse di Binda che il regime avrebbe voluto Commissario Tecnico in vista dei Mondiali di Varese mai disputati. C’era negli anni bui della guerra, al soldo della Bianchi che con Cavedini ringhiava perché da oltre un ventennio non riusciva a portare a Milano una maglia rosa. C’era quando nel “Giro della Rinascita” si nascose sotto una camionetta per evitare i proiettili dei “titini”. C’è sempre stato…e ha segnato di se un buon tre quarti di secolo. Professionista per oltre 15 anni, ha assaggiato tutto: la Corsa Rosa, il Tour, la Bocchetta, il Giro della Svizzera e della Spagna, perfino la Parigi Tours. Capite bene che uno con la sua esperienza e il suo carisma ha l’obbligo morale (nonché debito di riconoscenza) di insegnare il “bel ciclismo” a centinaia di giovani; prima in ammiraglia, poi diventa per la nostra Federazione Commisssario Tecnico, e a seguire supervisore, presidente Onorario. Soprattutto “vecchio saggio” che quando parla incanta gli astanti con chili di buon senso e pennellate di fiducia. “I raggi arrugginiti bisogna cambiarli e guardare al domani, perché il domani attende i ragazzi e chi ha fiducia nel futuro. E tu devi insegnare loro a sbagliare meno di quanto tu hai sbagliato. Il ciclismo costringe a conoscersi, a capire, a capirsi e riconoscere il valore degli altri”. Una volta un sacerdote gli domandò a bruciapelo cosa fosse l’inferno e cosa fosse il paradiso per Alfredo Martini. “L’inferno è quando uno pensa male, pensa male del suo prossimo, non ama la vita…Il paradiso invece è quando ti svegli e pensi che sarà una bella giornata pensi di incontrare persone con le quali stare assieme e stare bene con il prossimo…”. Caro Alfredo, tu in paradiso hai sempre vissuto. Anche per questo noi ti abbiamo sempre amato . E, dato che non si può clonare l'uomo Martini, cerchiamo almeno di clonare la sua Intelligenza e freschezza.

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