Ecco la lettera aperta di Pat McQuaid pubblicata da Le Monde
| 07/03/2008 | 00:00 Oggi, i dirigenti di ASO hanno deciso non di rispettare più i regolamenti del UCI. Comesiamo arrivati a questo punto? La risposta è semplice: oltre alle divergenze sull'organizzazione del ciclismo professionale, è il ruolo dell’UCI ad essere contestato da un attore che ritiene l’Uci un ostacolo alle sue ambizioni.
Non confondiamoci: ASO è una società anonima, che rende conto soltanto ai suoi azionisti. L’UCI invece è un organismo sovrannazionale democratico, che rappresenta gli interessi di tutte le componenti del ciclismo. I suoi redditi sono investiti per lo sviluppo universale di tutte le discipline.
Nel loro tentativo di appropiarsi del potere -senza esercitarlo nei settori che non le interessano, contrariamente a quanto fa l’UCI, ASO non si preoccupa di difendere altri interessi che i suoi - i dirigenti di ASO hanno attuato con successo un colpo di mano: fare credere che loro “sono” il Tour de France, e dunque che opporsi a loro è attaccare il tour stesso.
Questo permette loro di far passare quel che contrasta con gli interessi commerciali di ASO come una violazione del patrimonio storico del ciclismo francese. Questo schermo di fumo tricolore deve essere dissipato: il Tour non appartiene esclusivamente alla società che lo organizza, ma anche a quelli che lo amano e lo fanno esistere, primi fra tutti i corridori.
Bisogna informare gli innamorati del ciclismo: accettare le richieste di ASO significherebbe trasformare il ciclismo professionistico in una lega guidata da un organizzatore dominante e non da un'istituzione internazionale che rappresenta l'interesse collettivo.
Attualmente, ASO rifiuta l'iscrizione della Parigi-Nizza in un calendario stilato al termine di un processo democratico. Pretende di porre le sue prove al di fuori dei regolamenti, per determinare essa stessa, attraverso contratti con i gruppi, le norme alle quali queste sono sottoposte.
Questa posizione crea una situazione di instabilità che affligge tutti gli attori del ciclismo. ASO attua un ricatto utilizzando il Tour, al quale i gruppi si ritengono costretti a partecipare da un punto di vista economico, costringendo le squadre a scegliere tra i loro interessi a breve termine (partecipare illegalmente alla Parigi-Nizza per non rischiare l’esclusione dal Tour) ed il rispetto di un'istituzione che garantisce il funzionamento regolare del loro sport a lungo termine.
Mettere i gruppi in questa posizione rappresenta un atto di sabotaggio della struttura realizzata negli anni dall’UCI.
In questa situazione, la Federazione francese di ciclismo rischia una sospensione per avere avallato le infrazioni commesse dai dirigenti di ASO; il suo Presidente sarà certamente convocato dinanzi ad una commissione disciplinare per rispondere delle sue decisioni; i corridori potrebbero essere sospesi per avere partecipato ad una corsa fuori del quadro regolamentare del UCI. Anche l'efficacia della lotta antidoping è minacciata. La UCI ha ottenuto grandi successi in questo settore, in particolare con il passaporto biologico, ma non può procedere a controlli in una corsa fuori calendario.
Vorrei convincere tutti che la difesa del sistema giustifica questa posizione. Se qualcuno deve farsi carico di una responsabilità pesante per essere giounti a questo punto, bene sono i dirigenti di ASO. Occorre deplorare il fatto che chi dovrebbe difendere il ruolo delle federazioni internazionali abbia omesso di farlo. Il ministero dello Sport francese sembra occupato a sostenere i progetti di ASO più che richiamare all'ordine una società che non rispetta i regolamenti internazionali. Favorendo l'uscita del quadro federativo di un organizzatore, il ministero dà, de facto, la sua benedizione alla creazione di una lega privata. Stupendo per un attore che aveva affermato di volerlo evitarlo!
Un paese può bypassare regolamenti internazionali per favorire interessi nazionali, sostenuti da un’azienda privata? Un responsabile politico può diventare il complice di un organizzatore privato che desidera liberarsi da un quadro federativo? Vale la pena di porsi queste domande.
Pat McQuaid, Presidente dell’UCI
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