Tour de France: Ora i francesi scaricano l'Uci ma anche loro...
| 29/07/2007 | 00:00 Ora sono agli insulti, alle torte in faccia, e dire che poco prima del Tour erano lì che anelavano come i due innamorati di Peynet.
Pat Mc Quaid, presidente dell’Uci, il numero uno del ciclismo mondiale, e Christian Prudhomme, direttore della Grande Boucle. Avevano anche firmato un patto d’acciaio contro il doping e a proposito di firme le avevano espressamente chieste anche ai corridori. Una trovata demagogica e priva di qualsiasi efficacia. In un mondo dove la bugia è sovrana, l’Uci aveva pensato di far firmare ai protagonisti del Tour un impegno morale (nessuno deve avere a che fare con vicende di doping) e materiale (chi viene preso versa nelle casse dell’Uci un anno di stipendio). Quale è il problema? Hanno firmato tutti.
Gli organizzatori francesi, Prudhomme e Clerc, avevano gonfiato il petto e in perfetto stile francese avevano proclamato con enfasi: «E’ il Tour della svolta, della credibilità».
Peccato che fin da Londra, alla faccia della Grandeur, la corsa era già da considerare una farsa, come «Il Giornale» ha sempre detto e scritto. Per una semplice ragione: né l’Uci né tantomeno il Tour aveva fatto nulla per chiarire la posizione di tanti corridori, soprattutto spagnoli, che hanno preso parte alla corsa francese con lo spettro dell’«Operacion Puerto» sulla testa. A nessuno interessava sapere se «Valv-Piti» fosse davvero Valverde. Un anno fa tutti invocavano l’esame del DNA a Basso, per metterlo davanti alle sacche con la scritta «Birillo» e nessuno si è sognato di chiedere la stessa cosa al corridore Murciano. In compenso, da Londra non è partito Birillo, ma «l’Amigo de Birillo», che per altro è arrivato nei primi cinque di questo Tour.
I francesi urlano, ma lo fanno ora, perché la corsa è andata in vacca e a qualcuno devono pur scaricare una parte di responsabilità: chi meglio dell’Uci? Contador un anno fa fu mandato a casa perché il suo nome figurava nel dossier «Puerto», poi fu scagionato dalla federazione spagnola che fu semplicemente geniale: chiese a Fuentes se avesse tra i suoi assistiti Contador. Lui rispose di no. La federazione spagnola archiviò in pratica tutto, anche le posizioni dei poveri Scarponi e Caruso, che per loro sfortuna quest’anno hanno lasciato la Spagna per l’Italia, movimento questo che ha permesso alla magistratura sportiva italiana di valutare i loro casi e di squalificarli entrambi. Ciò che non valeva nulla per la giustizia spagnola, valeva moltissimo per quella italiana.
In questo clima di assoluta confusione, dove il doping non è il peggiore dei mali, si manifesta con tutta la sua prorompenza la lotta di potere tra poteri forti: Uci contro il Tour. A scatenare il putiferio è l’allontanamento dell’ex maglia gialla Michael Rasmussen, cacciato dalla sua squadra (la Rabobank) su pressioni degli stessi organizzatori del Tour. La colpa del danesino volante non essersi fatto trovare a due controlli a sorpresa. Non aveva dato come da regolamento la propria reperibilità. Anzi, ha anche raccontato una bugia colossale, smascherata dall’opinionista Rai Davide Cassani, che in tempi non sospetti disse di averlo visto sulle Dolomiti in un periodo in cui il danese aveva detto di essere in Messico.
«Se un corridore salta un controllo nei 45 giorni precedenti alla partenza di un Grande Giro, non potrà prendervi parte», dice il direttore del Tour riferendosi all’articolo 220 dell’Uci.
Esattamente il caso dell’ex maglia gialla: il danese aveva saltato il controllo il 28 giugno ed era stato avvertito dall’Uci il giorno dopo (il Tour è scattato il 7 luglio). In verità c’è questo articolo e un altro che lo contraddice. C’è questo dei 45 giorni che piace tanto agli organizzatori del Tour e quello delle tre infrazioni che piace molto di più all’Uci. «Escludere un corridore alla prima infrazione è troppo duro – dice Pat Mc Qiaid -. Escluderli dopo aver messo assieme 3 avvertimenti in 18 mesi è più ragionevole. E’ nostra intenzione sopprimere l’altro articolo. Lo faremo al prossimo comitato direttivo». Esilarante!
«Non c'è altra scelta che le dimissioni» per avere dimostrato «mancanza di chiarezza, di trasparenza, di competenza e certamente di professionalità», dice il presidente di Aso, Patrice Clerc.
Pat McQuaid, da parte sua, definisce "scandalose" le accuse avanzate dai due dirigenti francesi. «Non potevamo infrangere le regole per impedirgli di gareggiare. Non si possono fare delle regole in corsa come è stato fatto qui questa settimana. Lo sport ha bisogno di una struttura che sia subordinata a un governo e non che ognuno faccia i propri interessi». Bene: ma gli interessi del ciclismo, chi li fa?
da «Il Giornale» del 29 luglio 2007 a firma Pier Augusto Stagi
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