Doping 3. Dai finti malati ai drammi veri

| 08/07/2007 | 00:00
La doppia valenza negativa del doping - il barare al gioco e il rovinarsi la salute - è da sempre il centro del problema. L’errore grossolano dell’istituzione sportiva è stato quello di combattere per prima la mancanza di lealtà (l’alterazione della prestazione spor­tiva), e solo successivamente di preoccupar­si dell’aspetto relativo alla salute. Ciò ha por­tato a conseguenze drammatiche: essendo di­venuta fondamentale la ricerca di ogni truc­co per non risultare positivo ai test, nessuno si è preoccupato delle conseguenze, che so­no sotto gli occhi di tutti: mentre restano bas­sissime le percentuali di atleti trovati positi­vi ( meno del 2%, secondo le statistiche più recenti), aumentano invece esponenzialmen­te le malattie. L’atleta è ormai divenuto un soggetto ad altissimo rischio. Molti studi di­mostrano, ad esempio, che il tasso di depres­sioni e di tentativi di suicidio tra gli sportivi è assai più elevato rispetto alla popolazione normale. La cronaca di questi giorni segnala i dram­mi di Chris Benoit - il wrestler che si è ucci­so dopo aver sterminato la sua famiglia - e del ciclista Frank Vandenbroucke, vivo per miracolo dopo aver tentato il suicidio. Veni­vano da storie completamente diverse: uno protagonista dello show- business senza re­gole nè controlli, l’altro del nostro sport, quello supercontrollato. Eppure le loro storie si sono concluse entrambe nel dramma, a di­mostrazione che qualsiasi politica antidoping è fallita. Con buona pace di chi si batte per la liberalizzazione delle sostanze proibite e di chi si accontenta dei controlli attuali. L’uni­ca verità è che oggi servono nuove idee, nuo­ve strategie, una visione più complessiva e una maggiore cooperazione a livello interna­zionale. Il sistema dei controlli non può più bastare: bisogna avere il coraggio di andare oltre. Si parla da tempo di un ”passaporto sa­nitario” per ogni singolo atleta, qualcosa che permetta di controllare ( quasi quotidiana­mente) i suoi parametri, il suo stato di salu­te, le variazioni improvvise. Se ne parla da tempo, ma non ci si arriva mai: perchè? L’immagine più impietosa dello sport di oggi ci è offerta da un numero sempre più alto di finti malati. La prospettiva più inquie­tante è quella di avere, in un futuro prossi­mo, un esercito di veri malati. e ne sono accorti persino negli Stati Uni­ti, la patria del doping libero che sta tor­nando oggi precipitosamente sui suoi passi. Dopo gli scandali, gli imbarazzi, e soprattut­to dopo l’intervento del presidente Bush con­tro l’uso sfrenato di steroidi anabolizzanti. Agghiacciante la situazione nel football. Ad una lunga lista di morti improvvise di atleti in giovane età - i nomi più famosi sono quel­li di Korey Stringer, Eraste Autin, Rashidi Wheeler, Thomas Herrion, Damien Nash - è seguito uno studio dell’Università della West Virginia. Secondo questo studio, il 20% dei giocatori viene colpito da demenza senile al termine della carriera. E’ stato così, ad esempio, per Andre Waters, suicidatosi nel 2006 a soli 44 anni: l’autopsia ha sentenziato che il suo cervello era simile a quello di un ottantenne. Ma il mondo del football non è peggiore degli altri. Tutti i grandi campionati profes­sionistici Usa - l’hockey, il baseball, il basket - sono in grande difficoltà. Lo scandalo Bal­co, dov’è emersa la losca figura di Victor Conte, ha fatto luce completa, mettendo in croce persino un mito del baseball come Bar­ry Bonds. Conte ed i suoi complici hanno do- SMpato tutto lo sport Usa - quello superprofes­sionistico e quello olimpico - inventando una strada nuova. Hanno creato un farmaco - il Thg - invisibile ai controlli e in grado di mi­gliorare la prestazione agonistica. Quando è emersa la verità, grazie alla spiata di un tec­nico invidioso, sono fioccate le squalifiche, tra cui quella di Tim Montgomery, ex prima­tista mondiale dei 100 metri. a non possono, non debbono essere le squalifiche a far paura. Le conseguenze del doping sul fisico umano sono più deva­stanti. Kelli White, velocista americana ca­pace di vincere 100 e 200 metri ai Mondiali del 2003, era entrata nel giro di Victor Con­te. Trovata positiva ad uno stimolante, alla fi­ne è crollata ed ha confessato tutto. Era di­sperata: «Quando i miei genitori mi telefona­vano, mi chiedevano cosa avessi. Io rispon­devo di star bene, ma loro non riconosceva­no più la mia voce, perchè era diventata rau­ca. Avevo acne sul viso e sulle spalle, per due mesi ho avuto le mestruazioni ogni settima- na. Ma soprattutto non entravo più nei vesti­ti, i miei muscoli erano aumentati. Ero di­ventata un’altra persona, odio rivedere le fo­to di quel periodo. E che dolore quelle inie­zioni di epo sulle spalle » . Christiane Knacke, grande nuotatrice di quella che una volta si chiamava Germania Est, aveva usato molti anni prima le stesse parole di Kelli White. Era stata dopata a spe­se dello Stato (e sotto controllo medico!), in­sieme ad altri 10.000 ragazzi come lei. Ave­va patito tutti i guai di questo mondo, ma ha raccontato qualcosa solo quando la sua bam­bina ha rischiato di morire: « Era figlia del doping, aveva fortissimi squilibri ormonali » . Di quei 10.000 ragazzi dell’Est, mille hanno fatto causa allo Stato (la Germania riunifica­ta) per risarcimento danni, in seguito agli enormi problemi fisici di cui soffrivano ( e molti hanno preferito restare in silenzio). So­no stati risarciti con cifre ridicole. Di Chi­stiane Knacke vale la pena sottolineare una frase in particolare: « Non abbiamo avuto mai la fortuna di Ben Johnson, quella di ri­sultare positivi ai controlli » . Insomma, tor­nando al discorso iniziale, la squalifica fa meno paura delle malattie. Nell’ufficialmente super-controllato mon­do del ciclismo, i drammi ormai sono al­l’ordine del giorno. Frank Vandenbroucke è l’ultima delle vittime. Soffriva da tempo di depressione, come Jimenez e Pantani, morti a distanza di pochi mesi tra il 2003 e il 2004. Nessuno è mai risultato positivo ai controlli, tutti hanno avuto a che fare col doping. Ri­chard Virenque in un’aula di tribunale ha confessato di essersi sottoposto a 500 inie­zioni di Epo in cinque anni. Anche lui, mai positivo. Perchè è sempre stato troppo faci­le risultare puliti, lo è anche oggi. Quando fu posto il tetto del 50% al livello di ematocrito, in molti - e tra di loro Frank Vandrenbrouc­ke - riuscivano miracolosamente a fermarsi a 49,9. La scienza del doping corre da sempre più dell’antidoping, è una frase fatta e di cui molti abusano, ma è un’amara verità. Se poi i controlli a sorpresa non sono a sorpresa, se non esiste metodo per smascherare l’uso di Gh o il ricorso all’autotrasfusione, se quello sull’Epo ha molti limiti, il gioco è fatto. Nel frattempo cresce il numero dei finti malati, quelli che si sottopongono a sforzi so­vrumani, resistono a tutto, e al momento giu­sto presentano il loro bel certificato. Sono asmatici, hanno bisogno di continue cure a base di cortisone, soffrono di qualsiasi tipo di malattie, anche le più strane. E moltissimi sono supermen: tasso naturalmente elevato di testosterone, livello di ematocrito oltre il 50%... Ci sono medici pronti a certificare di tutto. A Sanremo, ai tempi del famoso blitz al Giro d’Italia 2001, sei certificati attestanti l’asma erano firmati da un ostetrico. Gli atle­ti che avevano partecipato all’Olimpiade di Sydney 2000 avevano assunto in media 6­7 farmaci a testa: contro l’asma, integratori a base di vitamine, analgesici. Tutti prodotti non vietati, ma che possono essere usati so­lo dietro prescrizione medica. Il caso limite era stato un atleta che ne aveva assunti ben 29. L’esercito dei malati è pronto a rimettersi in moto da oggi al Tour. L’anno scorso, su 105 corridori controllati, il 60 % aveva la sua bella «autorizzazione per uso terapeutico». da «Il Corriere dello Sport» del 7 luglio 2007 a firma Sergio Rizzo
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