Porreca: doping, tagliamo i ponti con il passato

| 29/06/2007 | 00:00
Gian Paolo Porreca, prezioso collaboratore di tuttoBICI e tuttobiciweb.it, è intervenuto nel dibattito-doping portando la sua esperienza di medico chirurgo e di appassionato di ciclismo. Ad intervistrarlo è stata l'agenzia ApCom e noi vi proponiamo il suo intervento. I ciclisti esposti a rischi per la salute sono gli stessi che dovrebbero avere il coraggio di denunciare. E il ciclismo, che non ha più eroi e "non può andare avanti così", per divincolarsi dalla crisi profonda di questi ultimi dodici mesi ha due vie d'uscita. La prima è un'ideale diga in grado di separare il mondo del pedale del domani dal mondo tecnico, medico e manageriale che ha gestito squadre e campioni negli ultimi dieci anni. Più concreta la seconda, rappresentata dal congelamento dei premi e da una responsabilizzazione di chi, le corse, le fa in prima persona. E' il messaggio lanciato da Gian Paolo Porreca. Chirurgo cardiovascolare della Seconda Università di Napoli, da oltre un decennio impegnato nello studio del problema doping e dal lontano 1966 scrittore, giornalista e amante del ciclismo. Lo spunto nasce dall'intervista concessa in settimana ad Apcom dal presidente della Commissione Antidoping della Federcalcio, Giuseppe Capua. Dal 2001 in poi il mondo del pallone italiano, secondo Capua, ha avviato un processo di riforma teso ad eliminare un certo "lassismo culturale" arrivando a risultati concreti: "Il doping vero e proprio, nel calcio, non esiste più da tempo", aveva detto il numero uno dell'antidoping Figc. Dall'osservatorio della bici Porreca risponde, scegliendo una "provocazione": "Prendiamo qualcuno che non provenga dall'interno, commissariamo il ciclismo". Il motivo? Gli studi, gli allarmi e le somme tirate dal chirurgo partenopeo. "In qualità di medico nel 1996 fui il primo a sottolineare un problema devastante. Avevo colto una situazione drammatica nel ciclismo - ha detto Porreca ad Apcom - perché tra i ciclisti avevo rilevato una incredibile incidenza di trombosi arteriose. Da osservatore avevo messo in relazione questa situazione ad un possibile, sospetto ricorso ad ormoni quali l'Epo (eritropoietina; ndr)". Parla dell'Epo esogena, Porreca, rintracciabile ai controlli da appena tre anni: "Fu grazie all'incrocio sangue-urina ideato dal laboratorio francese di Chatenay-Malabry, che portò i nostri gagliardi eroi a riprendere il discorso delle autoemotrasfusioni". Prima? "L'Epo aumenta la produzione di globuli rossi e la densità del sangue, ovvero l'ematocrito. Nel momento in cui l'ematocrito supera la soglia del 50 per cento - precisa Porreca - aumenta il rischio di occlusione delle arterie. Visto che non c'erano metodologie per svelare l'Epo esogena ci fu una maggiore attenzione e si siglò un patto. Chi superava la soglia del rischio non era considerato positivo ma veniva fermato perché non idoneo a gareggiare". Dal patto sull'idoneità 'border line' ai test, insomma. Ma per il chirurgo - e per l'"appassionato deluso" - negli ultimi dieci anni "non è cambiato nulla". Ecco, quindi, "la provocazione nei confronti della giovinezza dorata del calcio": "Prendiamo qualcuno che non provenga dall'interno, commissariamo il ciclismo". Porreca parla nel giorno delle notizie di stampa relative ai rapporti tra Danilo Di Luca ed il medico Carlo Santuccione, definendo "drammatico e sconcertante" il "contesto" attuale, arricchito dalle rivelazioni di ieri del quotidiano la Repubblica. Ma lo studioso napoletano, al calcio, fa anche i complimenti: "Per il lavoro svolto da Coni e Figc sulla cocaina, in particolare con le sanzioni dure. E, anche, per il modo in cui hanno debellato il nandrolone, un anabolizzante proteico che aumenta l'aggressività. Devo riconoscere che in questo, l'antidoping ha fatto un gran bel lavoro". Già, gli atleti. "Il campione deve essere un testimonial. Nel 1978" - ricorda Porreca - "Bernard Thevenet denunciò le morti di giovani corridori causate dal cortisone, accusando i medici responsabili". Thevenet, vincitore del Tour de France nel 1975 e nel 1977, uscì allo scoperto. Ed è questo l'atteggiamento che secondo Porreca devono adottare anche i media. L'esempio "che la Tv italiana dovrebbe recepire" è quello rappresentato dalla minaccia lanciata dai canali di Stato tedeschi: blackout sul ciclismo in caso di ulteriori scandali e storie di doping. "Qui da noi non succede. Se ci spero? Sono costretto a farlo, per il bene del ciclismo". L'impegno, comunque, deve riguardare anche e soprattutto le istituzioni sportive. Un'opera complessa, in entrambe le strade indicate da Porreca. "La prima cosa da fare", spiega il chirurgo scrittore, "è congelare i premi dei vincitori, fossero anche quelli delle ultime due edizioni del Giro d'Italia. Magari, quando un atleta si vede togliere del denaro pesante, inizia a porsi dei dubbi e magari informa". Proprio così, perché ancor prima delle responsabilità del cosiddetto ambiente viene la figura dell'atleta. "Il medico anello forte del doping e il campione anello debole? No, è un concetto che non sta in piedi. Il medico è un tramite complice, ma nell'associazione a delinquere rappresenta il 10 per cento. Il 90 per cento è proprio dell'atleta, non un minus habens, ma individuo in grado di discernere". Una convinzione, quella di Porreca, che ricalca le ipotesi di doping attuali riguardanti atleti come Giuseppe Gibilisco, ex campione del mondo nel salto con l'asta, e Danilo Di Luca, vincitore dell'ultimo Giro d'Italia. A supporto della tesi di Porreca, oltre all'attualità, c'è l'esperienza personale. "Walter Polini era il medico di una squadra italiana negli anni '90 e fu il primo a dire di non volere restare in un determinato contesto. La causa - racconta lo studioso - erano le figure mediche che interferivano con terapie non congeniali ai suoi metodi. Venne sostituito: ed al suo posto arrivò il celeberrimo Michele Ferrari. Poi, Polini, ricevette anche delle minacce". Il senso è chiaro. Attorno all'atleta - il ciclista, in questo caso - orbitano spesso diverse figure mediche, non sempre 'ufficiali'. Per questo motivo a detta di Porreca "bisogna congelare i premi e impedire alle persone coinvolte a livello manageriale e dirigenziale di accedere alla gestione delle società di gestione dei team". Colpire l'atleta, dunque, ma anche le squadre. "Faccio un esempio?". Prego. "La Csc si avvale di Bjarne Rjis e Kim Andersen. Il primo si è dichiarato colpevole di doping (in occasione del Tour de France vinto nel 1996; ndr), l'altro è stato squalificato a vita, dopo due o tre squalifiche, fine anni '70, dall'Uci. Bisogna fare in modo - sottolinea Porreca - che non ci siano più attivi tecnici o general manager coinvolti in un ordine vecchio. Le corse ci saranno sempre e con queste avremo sempre dei vincitori: vincesse pure solo un Moreau, ma in trasparenza, il prossimo Tour, a chi mai dispiacerà?". Il ciclismo, insomma, può sopravvivere ad un taglio netto con il passato. "Serve una diga tra il vecchio e quello che sarà". Facendo attenzione a non liquidare il passato gettando dalla finestra anche i volti positivi del ciclismo. Porreca - e si sente - lo chiede da appassionato più che da medico, tirando fuori uno degli innumerevoli nomi finiti nel tritacarne della crisi aperta lo scorso anno dagli sviluppi dell'Operacion Puerto. "Erik Zabel. Testimoni leali mi garantiscono che è un atleta onesto. Lui, davvero, ha sbagliato forse una volta sola. Poi non lo ha fatto più. E Zabel non è uno che si prepara con le 4.000 unità sottocutanee", conclude prima di salutare, "Zabel si prepara facendo 4.000 chilometri".
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