STORIA | 12/06/2018 | 18:50 Il 12 giugno 1968 il Giro d' Italia si concludeva, per la prima (e sinora unica) volta, a Napoli, volata ultima, all'Arenaccia, in un mercoledì di pioggia, appannaggio di Reybroeck... E fu quella edizione, per un segno del destino che ne esalta il rilievo, il primo Giro vinto da Eddy Merckx, il primo dei cinque che avrebbe in totale conquistati. 12 giugno 2018, oggi, e oggi è invece martedì, ed abbiamo tutti cinquanta anni in più, ma quel Giro di Eddy Merckx, il numero '21' della corsa, un numero caro, leader di quella Faema assemblata di italiani e belgi, con Martin Vandenbossche da battistrada e Vittorio Adorni in regia, profuma ancora di gioventù.
Era il 1968, e Merckx che aveva indosso la maglia iridata conquistata a settembre ad Heerlen, in Olanda, non aveva infatti compiuto 23 anni, e fra Armani e Farisato, Swerts e Van Schil, altri suoi luogotenenti, celava un talento singolare che proprio quel Giro, partito da Campione d'Italia - nomen est omen -, avrebbe svelato nella sua sontuosa dimensione.
Merckx, uno di quei ciclisti che compaiono ogni trenta anni - Binda, Coppi, Merckx appunto - e che avanzano tuttora nella memoria, più forti, più splendidi ancora, e che sarebbe stato il terzo straniero, dopo Koblet ed Anquetil a fare suo il Giro. Merckx, quel belga inatteso in rosa, un belga che non era né Van Steenbergen nè Van Looy, campioni puntualmente respinti da una salita di troppo, che non era né fiammingo né vallone, ma era un belga arcimoderno, un belga alla francese, tanto da farsi chiamare Eddy e non Ward, che quel Giro lo avrebbe dominato dovunque: primo in generale, primo nella classifica a punti, primo nella classifica degli scalatori. Sorvolato. E primo, talora, anche allo sprint, come nella volata del primo giorno, davanti a Basso e Reybrouck, per guadagnare la prima maglia rosa, a Novara. Merckx, un belga clamoroso in rosa, in un Giro tracciato per Gimondi e Zilioli, per Bitossi e Balmamion, e che il primato presto l'avrebbe poi perduto, per cederlo a quello scavezzacollo di Michele Dancelli.
Merckx, e il panorama inquieto di quel 1968 che nel mondo avanzava dovunque come il Giro anche nelle piazze, la Rivoluzione Studentesca, Praga e Cohn Bendit, il Living Theatre, la nostra maturità, la memoria di Tenco, i complessi dovunque, ti ricordi i Rokes?, nelle piazze come nell'Italia di mattina del Giro...
E Gianni Brera che sul Guerin Sportivo sentenziava “no, quel belga lì sulle Dolomiti ci arriverà sì, ma solo in <1300>...”, ironizzando sul modello di auto Fiat allora in voga nella carovana. Il Giro del 1968 fu, per il suo sublime, in fondo un gran bel doppio giorno, di quelli che ti cambiano la vita, o la gerarchia delle emozioni, almeno. In un ciclismo che ci avrebbe fatto intonare nei tempi recenti e presenti la litania del Salmo, si pensi a Pantani o ad Armstrong, il Giro del 1968 recita invece ancora l'Alleluja, di quel sabato 1 giugno, grazie all'impresa titanica di Merckx alle Tre Cime di Lavaredo.
Tornare indietro è impossibile, ma almeno sul lungolago di Misurina, prima dei quaranta chilometri finali di salita, dobbiamo insieme tornarci, senza raffreddarci... E a quella fuga di ardimentosi che si spegne nella bufera, e Gimondi che cala, e Zilioli che cede, il gruppo dei migliori che sono ex-migliori, ed Adorni, il Virgilio mentore di quel Merckx Dante in quella epica Commedia a pedali del '68, che gli dice allora 'scatta'... E Merckx il belga, il numero '21', che diventa allora l'Eddy di tutti, non più uno straniero, un cognome avaro di vocali, ma una folgore nelle intemperie, e li agguanta tutti, e sgretola in un'altra dimensione del tempo quei 9 minuti di vantaggio. Galera, ma chi è Galera?, e Van Neste chi è, forse piccola sagoma nella tormenta, fino a Giancarlo Polidori, ultimo a cedere, secondo al traguardo delle Tre Cime.
Un Merckx inenarrabile più della bufera, più del Gaul del Bondone '56, un Merckx livido ed in rosa, la felicità è livida, un Merckx bambino e cucciolo di campione per tutti, mai visto altri, altro che Brera. E quelli che consolavano Polidori, 'sei arrivato primo degli umani, perché quello che ha vinto oggi è divino'.
Quel Giro della Annunciazione in rosa, avrebbe visto il nostro secondo gran bel giorno, a casa nostra. Pioveva, l’abbiamo già scritto, ma rigo dopo rigo forse compare il sole, siamo di giugno e ad Sud, mentre scappavamo col tram numero '1' all'Arenaccia, con Alceo da ripetere. Erano i giorni della maturità, per noi, in quel giugno, fossimo rimasti ad allora, senza tanti giorni di impazienza dissipati, “Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me...”.
Ma in quella Napoli che accoglieva Eddy Merckx “con un entusiasmo endemico, surgivo, al di là e al di sopra di ogni tifo” (Bruno Raschi), e che gli dedica virtualmente dal suo giornale un applauso a golfo spalancato, il cielo era e torna oggi rosa. E il suo Giro del 1968 avrà per sempre i nostri 18 anni.
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