PROFESSIONISTI | 16/07/2017 | 08:05 Quel che resta del Tour sono le grandi imprese, e le grandi imprese le fai sulle grandi salite. O no? «Io veramente ho vinto su un’isola». Riccardo Magrini è sempre uno spettacolo. Lo era da corridore. Lo è stato da direttore sportivo. Continua ad esserlo tutti i giorni quando racconta il ciclismo su Eurosport e per farlo ha coniato un nuovo linguaggio, fatto di miciole, veglioni del tritello, ajò, frullate e catene incatricchiate.
Ma torniamo all’isola, che di questi tempi nel ciclismo è di gran moda. Era l’8 luglio dell’83, settima tappa del primo Tour di Laurent Fignon, si andava dalla bella Nantes all’Ile d’Oleron, collegata al continente da più di tre chilometri di ponte e famosa per la coltivazione delle ostriche. «Allora le squadre italiane al Tour non ci andavano, ci volevano 80-90 milioni, neanche a parlarne. Noi però avevamo Van Impe, e andammo, tutti votati per lui. Un caldo terrificante, delle tappe assurde, avevamo fatto una cronosquadre di cento chilometri e poi la tappa che era arrivata a Roubaix. Poi, alla sesta tappa, una crono individuale di quasi sessanta chilometri, fino a Nantes. Io mi lamentavo, volevo andare a casa. La mattina dopo però mi svegliai bene e chiesi il permesso di fare la mia corsa. Quell’anno avevo già vinto una tappa al Giro, a Montefiascone, e mi dissero di sì. Sta di fatto che me ne andai all’ultimo chilometro e non mi presero più: feci un bel numero». Una roba alla Cancellara. «Li stroncai. Sapevo che c’era una curva come si deve ai 3-400 metri: la presi alla morte, o vado in terra o vinco. Vinsi». E ostriche per tutti. «Macchè. Sull’isola rimanemmo giusto il tempo delle premiazioni, e anch’io al Tour non restai a lungo. Al traguardo Mauro Battaglini, felice, mi aveva detto: puoi fare quello che ti pare. Lo presi in parola: a casa mi aspettavano, c’era da festeggiare, quando ti ricapita di finire nel telegiornale della sera? Dopo tre giorni ero già in Toscana».
Sono andata a riprendermi le interviste di quel giorno. Dichiarazione del vincitore Magrini: una tappa in Francia ne vale cinque in Italia, sono il campione del mondo. «Non me lo ricordavo, ma confermo. E credo che anche adesso non ci sia paragone. Con tutto il bene che possiamo volere al Giro, mediaticamente il Tour vale molto di più». Magrini faceva già teatro in gruppo, quando correva. Prendeva il megafono e cantava, giocava, coinvolgeva gli altri. «A me piace la musica, lo swing, il jazz. Sono come un jazzista sul palco: suono qualsiasi strumento ma se mi chiedi di rifarlo non mi verrà mai uguale. In telecronaca con Salvo passiamo dall’Illuminismo alle balle di fieno con naturalezza. Quando ci sono otto tappe piatte e devi intrattenere per ore, improvvisare è la regola. Io più che sulle imprese mi esalto sulle chiacchiere, sul teatro avanguardista. Però se devo dire una telecronaca indimenticabile, scelgo il Mondiale di Ballan: era una delle prime per me, e subito una vittoria».
Quando arrivò primo a Montefiascone, al Giro, non era prevista la conferenza stampa del vincitore di tappa. «Mi presentai in sala stampa e pretesi di parlare. Andai nella sala consiliare, mi ricordo tutte quelle Olivetti che cantavano. Il giorno dopo tutti scrissero di me: Fossati, Mura. Ormezzano scrisse che si meravigliava che uno così intelligente tifasse Juve». Due Tour de France e non ne ha finito uno. «Da corridore no. Ma io ne ho fatto un altro, nel 2000. Facevo da autista a Beppe Conti e Walter Gallone. E finalmente quella volta sono arrivato sugli Champs-Elysées anch’io. Fu un Tour bellissimo. Walter era di madrelingua francese e aveva pensato lui a prenotare gli alberghi: tutti relais chateaux, una meraviglia. Me ne ricordo uno a Evian: c’erano così tante stelle che ti accecavano, la prima buca da golf era a cinquanta metri dalla reception. Purtroppo non ce lo godemmo molto perché arrivò la notizia che Pantani si ritirava. Beppe e Walter mi facevano degli scherzi terribili, fu molto divertente».
Il sogno sarebbe stato fare un Tour in ammiraglia. «Quando smisi di correre, nell’86, chiesi subito a Mauro se potevo fare il direttore, e lui mi ha lasciato fare. Lui mi ha sempre lasciato esprimermi anche artisticamente, rifiutando l’equazione sciocco uguale leggero. Cominciai, c’erano Ballerini, Cenghialta. Io ero troppo avanti, penso di essere fondamentalmente un incompreso. Mi piacerebbe riprovare, sì, ma non credo che avrò più possibilità. Fra i direttori di oggi apprezzo molto Bramati: è vicino al mio modo di essere, lo definirei rurale. Però i risultati arrivano».
Trovare il corridore di Magrini è facile. «No, non è stato Marco Pantani. Pantani è stato molto più di questo per me, Marco è un pezzo della mia vita. Mi ha rilanciato come direttore sportivo, mi ha riportato in ammiraglia. Marco di me si fidava, stavamo bene assieme». Allora, il corridore? «Pensa, praticamente non lo conosco. Ciao ciao e ognuno per la sua strada. Il mio corridore è Albertino. Mi affascina, forse perché non lo conosco bene. Purtroppo non credo che vincerà più un grande giro, ma può ancora essere determinante».
Chi vince il Tour? «Credo che tutto sommato possa vincerlo ancora Froome, ne ha vinti già tre e ha nettamente la squadra più forte. Ma credere in Aru mi sembra obbligatorio. A me andrebbe bene anche vederlo sul podio di Parigi con la maglia a pois». Festeggiamo con le ostriche? «A mangiare nessuno ci può insegnare nulla. Il meglio è la bistecca della Baita, sopra Montecatini. E’ il ristorante del suocero di Mirko Selvaggi, ci vengono spesso anche Nibali e Visconti. Bistecca inarrivabile. Ma sono buone anche le patatine, ovviamente fritte. E i funghi, fritti anche quelli. Le zuppe fagliele mangiare ai francesi».
Magrini è una di quelle persone che se non ci fossero bisognerebbe inventarle... A me piacciono molto (contrariamente ad altri) anche le telecronache di Pancani e Martinello perché trovo che, specialmente quest'ultimo, siano davvero molto bravi, ma il Magro appartiene ad una razza modificata dal punto di vista dell'umanità. Direi un fuoriclasse. Mi spiace di averlo solamente sfiorato, per motivi anagrafici, quando era un corridore. Dev'essere stato uno spasso...
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