Fanini: «L'Uci non abbia paura e vada avanti»

| 14/03/2007 | 00:00
Molte le reazioni, molte le prese di posizione dopo l'archiaviazione dell'Operacion Puerto disposta dal giudice numero 31. Ivano Fanini, sempre attento e critico con l'ambiente del ciclismo, scende nuovamente in campo con una sua nota, che riceviamo e volentieri pubblichiamo. Anche se l’Operacion Puerto è stata archiviata, nonostante tutti sappiamo ci sia stato gioco sporco, io non mi sento sconfitto. Questa operazione ha fatto sì che oggi anche in Spagna sia entrata in vigore una legge antidoping importantissima che sicuramente farà riflettere e sarà utile affinché in futuro scandali di questo genere accadano sempre di meno. Inoltre, nonostante tutto, non è stata ancora detta la parola fine. Se vero è che all’epoca dei fatti la legge passata non è stata violata, è altrettanto vero che oggi - grazie alla nuova - questi personaggi sarebbero perseguibili non solo penalmente. Quindi, mi auguro che adesso l’UCI, gli organizzatori delle grandi corse e le squadre Pro Tour, a cui è stata per così dire “passata la palla”, colgano l’occasione di presentare appello e andare fino in fondo visto che, nonostante quello che si possa dire o pensare, esistono dei veri colpevoli. Infatti, se è vero che dal punto di vista della legge spagnola (vecchia) non ci sono elementi per proseguire il processo, è altrettanto vero che sul versante sportivo le cose cambiano. Infatti, se il reato di “attentato alla salute pubblica” (questa l’accusa secondo la vecchia legge spagnola) non è dimostrato, deve essere spiegato dal punto di vista sportivo cosa ci facesse il signor Fuentes con tutte quelle sacche di sangue di atleti e corridori. L’UCI vieta le pratiche di doping ematico, dunque, se il magistrato spagnolo deve alzare bandiera bianca, non è detto che altrettanto debba accadere da parte della federazione internazionale, che adesso – per di più – ha tutte le carte in mano. Se veramente l’UCI ha intenzione di cambiare le cose, come dichiara ai quattro venti, agisca immediatamente. Ciò che non ha appiglio dal lato della giustizia ordinaria spagnola può averlo da quello della giustizia sportiva, che funziona con regole diverse. Dunque occorrono fatti concreti, perché è giusto che chi ha barato (visto che da Fuentes non ci andavano per comprare acqua minerale) non rimanga impunito. Jan Ulrich non deve rimanere l’unico danneggiato di questo scandalo. Per adesso soltanto lui, insieme a pochi altri, ha veramente pagato per i propri errori, e questo grazie al sistema adoperato in Germania negli ultimi tempi che a differenza di quello italiano o spagnolo, è totalmente cambiato e non esita a punire duramente chiunque frodi a livello sportivo (anche in caso di grandi campioni). Se tutti agissero in questo modo si arriverebbe ad una svolta fondamentale, purtroppo in certe nazioni (compresa la nostra) si cerca ancora di coprire i singoli atleti trovando ridicole giustificazioni. Io però non rimarrò soltanto a guardare e per amore verso il ciclismo e per la volontà che vedo nell’UCI e negli organizzatori del Tour de France di cambiare le cose, parlerò ed attaccherò chiunque continui a sbagliare (e non mi riferisco soltanto all’Operacion Puerto). Quindi spero che si continui ad applicare il codice etico, anche se questo implicasse nuovamente l’esclusione di grandi campioni sia dal Tour che da tutte le altre gare. Se questo dovesse servire ad iniziare a ripulire realmente tutto il marcio che da anni attanaglia il nostro ambiente, credo che sia un esempio – seppur sacrificante – con una logica molto importante per il futuro di questo sport».
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