Editoriale
Ingrillì si faccia sentire. Il ciclismo è sempre nell’occhio del ciclone, sempre sotto i fari inquisitori delle autorità che indagano nel magma del doping. Il calcio, noncurante, che fa spallucce: «Noi non riconosciamo l’attendibilità del controllo ematico». Fine delle trasmissioni e delle discussioni. Bene, noi che del doping non siamo certo i paladini, e che con grande misura e costanza teniamo vive le attenzioni sul problema e che proprio su questo numero pubblichiamo il resoconto di mesi e migliaia di pareri in materia, siamo però giunti ad una considerazione: non siamo daccordo con il presidente federale che dice di voler curare soltanto il proprio orticello e fare in modo che nel suo non cresca gramigna. Lo sport professionistico, perché di questo si tratta, deve essere uguale per tutti. Come tutti hanno diritto di lavoro, tutti devono avere le stesse regole del gioco: etiche e morali. Pantani come Ronaldo; Biaggi come Meneghin; Schumacher come Sampras. Il presidente federale ha ragione se pensa solo e soltanto al movimento di base: bene, che si proceda. Ma il mondo professionistico è un altro paio di maniche. Il presidente del Coni Gianni Petrucci si sta prodigando nel progetto «Io non rischio la salute» e per questo ha chiamato Pantani a testimonial nella lotta al doping, ma adesso ci attendiamo passi importanti anche verso quelle discipline che continuano ad agire indisturbate. I calciatori non vogliono sottoporsi agli esami ematici perché non ritenuti attendibili? Bene, che i corridori professionisti ritirino la loro disponibilità fin quando non saranno trovati metodi e sistemi affidabili per tutti. Enrico Ingrillì, abile e attento presidente di categoria, forte del suo bagaglio professionale fatto di leggi e giustizia, non si lasci calpestare, non permetta che i corridori continuino ad essere solo e soltanto delle cavie. Il ciclismo è malato, ma non è il solo che rischia di morire.

Arsenico e vecchi problemi. Poche righe per un quesito facile facile: una Federazione che non è capace di risolvere l’annoso caso dei calzoncini sponsorizzati e, da quest’anno, delle sponsorizzazioni sulle maglie azzurre potrà mai affrontare con decisione il problema del doping? Altro quesito: se all’associazione Gruppi sportivi dà talmente fastidio vestire la maglia tricolore per pochi minuti con il marchietto della Castelli (ad Arona, Commesso ha vestito una maglia tricolore anonima) incluso quale sponsor tecnico della Federazione, perché non protestano anche con l’Uci che ha come fornitore ufficiale delle maglie iridate il maglificio Santini? Ultima domanda: quando riusciranno a fare un salto di qualità?

Al lupo, al lupo. A forza di gridare e richiamare le attenzioni di tutti sul ciclismo giovanile esasperato, tanto da arrivare a ipotizzare l’annullamento dei campionati italiani giovanissimi, esordienti e allievi, il presidente federale Gian Carlo Ceruti faticherà nel prossimo futuro a trovare ragazzi disposti a vestire la maglia azzurra. Provocazione? Forse. Ma il problema è lì, anche se non sotto gli occhi di tutti.
Dopo tanta propaganda demonizzatrice contro il ciclismo vittima del doping (il problema è enorme ma un presidente ha il dovere di gestire il proprio movimento con più cautela e sensibilità) e l’intensa attività nelle categorie giovanili che spremerebbe come agrumi intere generazioni di giovani ciclisti, i gruppi sportivi professionistici hanno deciso di farsi parte attiva e si starebbero organizzando per togliere tutti questi grattacapi al numero uno del ciclismo italiano. I ragazzi vengono spremuti? Corrono troppo? Non hanno la possibilità di crescere gradualmente senza l’assillo del risultato a tutti i costi? Mapei, Mercatone Uno, Polti, Lampre e probabilmente nel breve volgere di poco tempo molte altre formazioni hanno deciso di organizzarsi. Ci è dato sapere che atleti come Filippo Pozzato, campione mondiale juniores e Damiano Cunego, buon scalatore, il prossimo anno potrebbero evitare di correre tra gli Under 23 scegliendo di firmare subito contratti da professionisti. Obiettivo: farli correre senza tante preoccupazioni già nella massima serie, con lo scopo di verificarli nelle corse open e in quelle corse professionistiche di terza fascia in assoluta tranquillità. E, soprattutto, verificarne la costante crescita e le loro attitudini. Il presidente è quindi servito: si preoccupava tanto della superattività? Adesso prenderanno in mano tutto i club professionistici. Se questo sarà un bene o un male lo verificheremo nei prossimi mesi o anni. Di sicuro non sarà un bene per la nostra nazionale Under 23 che rischia, seriamente, di vivere un sorta di crisi di vocazioni: alla maglia azzurra si preferisce lo sponsor. Ma da quando la maglia azzurra non è più solo azzurra, non è più nemmeno un peccato.

Vip del pedale. Non si può fare a meno di Marco Pantani: nemmeno di parlarne. E visto che non se ne può fare a meno se ne parla anche quando si ha poco da dire o niente da raccontare. L’estate di Pantani sulle pagine dei quotidiani è stata una sorta di gossip estivo che contraddistingue i Vip della moda, dell’industria e dello spettacolo. Torna a correre; non torna più; l’hanno avvistato pedalare nella notte; era con Valeria Marini al Billionaire di Porto Cervo; in una notte ha girato sei discoteche; è triste; è felice; ecco chi gli ha fatto tornare la voglia di correre. Avanti di questo passo sappiamo chi gliela farà passare. Non si può muovere che tutti parlano, dicono di saperla più lunga dell’altro. Mi è capitato anche di parlare con un tizio al quale raccontavo di aver sentito Marco e che stava benino. Questi mi ha tappato la bocca dicendomi che era impossibile: «È ai Caraibi con Naomi Cambpell: per questo Briatore è incazzato». Insomma di tutto un po’. E al termine di questa lunga estate calda due sono le considerazioni che mi sento di fare: quello che farà Pantani lo sa solo Pantani: diffidate delle imitazioni, dei manager, dei comunicatori che sanno comunicare solo il loro numero di conto corrente. Seconda e ultima considerazione: non vedo l’ora che Pantani torni a correre, a pedalare come un tempo, più di un tempo. Ho una crisi di astinenza, voglio tornare a gioire per un suo scatto, per quell’occhiale, borraccia, bandana gettati via in sequenza prima di ogni scatto. Voglio tornare a trepidare, e a sentire solo e soltanto la sua voce. E attorno a lui, le montagne. E un po’ di silenzio.

Pier Augusto Stagi
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