«Io non rischio la salute». Mentre il ciclismo è costantemente guardato a vista dalle autorità giudiziarie, il mondo del calcio - e in particolare i calciatori - fa orecchie da mercante. La Federcalcio ha difatti messo a punto un proprio progetto, l’ormai noto «Io non rischio la salute». Un progetto ben articolato che è stato sottoposto all’autorità competente (la Commissione Scientifica del Coni presieduta dal professor Bernasconi), la quale ha anche dato il proprio assenso e il «via libera», ma adesso il sindacato dei calciatori ha fatto sapere che così non va. Si contesta il principio che in presenza di un ematocrito alto un atleta possa essere fermato e sottoposto a controlli successivi. Perché il solo dato dell’ematocrito non basta, servono altri parametri (emoglobina e reticolociti), considerati ben più attendibili. Resta però da spiegare che, pur mettendo in dubbio il valore dell’ematocrito, il documento della Federcalcio riconosce che, pur in presenza di emoglobina e reticolociti nella norma, un ematocrito sballato segnala in ogni caso qualcosa che non va. E allora dov’é il problema? Il problema è sempre il solito: le regole vengono fatte ma non applicate. L’obiettivo è chiaro: i calciatori non hanno assolutamente intenzione di sottoporsi ad alcun controllo incrociato sangue-urine. Queste cose che le facciano i ciclisti! Ma non solo: i calciatori fanno spallucce e arrivano persino a porre condizioni. L’associazione calciatori è stata chiara: vogliamo risposte definitive entro il 31 maggio. E il Coni e la Federcalcio che dicono? Diamine, prendono nota!
Violazione della privacy. Avevamo denunciato il mese scorso la mancanza di controlli nella prima fase delle competizioni dilettantistiche. Il controllo è arrivato puntuale al Giro delle Marche. Sabato tre aprile, guarda caso esattamente due giorni dopo l’«affaire Morassut». Controllate - sotto disposizione della Fci - la Mamma e Michela Fanini, la Resine Ragnoli-Brescialat, la Parolin-Fis, la Roeder 1956 Farmaceutici, la Bedogni e la belga Beveren. Tutti ok tranne uno. Fermato - si è letto su tutti i quotidiani nazionali - Giacomo Puccianti, spezzino, 25 anni, che corre per la Roeder 1956 Farmaceutici, perché non ritenuto idoneo alla pratica sportiva.
Ancora una volta, quindi, si sono usati due pesi e due misure. Quando alla Federazione Ciclistica Italiana fa comodo i nomi vengono taciuti (vedi Imelda Chiappa, lo scorso anno, il cui nome è stato rivelato soltanto in seguito da Repubblica, ndr); quando, invece, hanno la necessità di fare propaganda se ne fanno un baffo di tutto, compresa la legge sulla privacy.
Gli Under 26?I veri cultori dello sport. Quando non sanno cosa dire - e capita spessissimo - ti tappano la bocca con un bel «non avete cultura sportiva». Cosa che, francamente, mi ha anche un po’ preoccupato. Che debba leggere qualcosa di più specifico? Devo forse partecipare a qualche seminario in più? Insomma, ho trascorso settimane di grande smarrimento, come un mio amico che a forza di sentir parlare di gol da manuale del calcio, ha finito per girare tutte le librerie d’Italia alla ricerca disperata di quel preziosissimo manuale. Il risultato è stato quello di scoprire che il manuale del calcio non esiste e che la cultura dello sport uno se la fa imparando a conoscere lo sport per quello che è: un gioco.
Il vero problema è che i primi a non considerare il ciclismo un gioco sono proprio i dirigenti della nostra Federazione, in testa il presidente Giancarlo Ceruti, uno che dispensa diplomi di «scarsa cultura sportiva», come i preti dispensano caramelle ai bambini.
Il problema è dato dalle staccionate che la nostra Federazione è sempre pronta a erigere pur di complicare ciò che è semplice. L’Unione Ciclistica Internazionale ha creato un ciclismo di élite - differenziato solo da chi ha un contratto da professionista e da chi non ce l’ha -, e noi siamo prontissimi a fare tutta una serie di differenziazioni e deroghe che ci contraddistinguono nel mondo. Chi l’ha detto che gli Under 26 sono persone da gettare in discarica? Chi l’ha detto che un ragazzo di 28 anni non può più correre con quei ragazzotti di vent’anni che ambiscono a diventare professionisti? Parlano di esasperazione di ciclismo giovanile e poi sono i primi - loro - a esasperare tutto, creando un ciclismo di vertice assolutamente elitario. O sei un talento o vai a fare altro. Non pensando, però, che se un ragazzo di 22 anni non riesce a battere un Gian Luca Tonetti qualsiasi, difficilmente potrà vedersela con Vandenbroucke, che di anni ne ha 24, e in bicicletta è capace di far vedere i sorci verdi a chiunque.
La verità è che la Federazione non vuole più tra i piedi chi ha più di 26 anni perché spera di traghettarli, depositarli, spingerli nel mondo dei cicloamatori (questo è quello che realmente vogliono, portarli dall’altra parte della staccionata per rimpinguare i tesseramenti e ingaggiare una competizione sui numeri con la concorrenza UDACE). Il problema è che ci sono tanti ragazzi e non più tali, che amano correre con i ragazzi, senza velleità di successo, ma per il puro gusto di partecipare con i migliori. A loro non interessa vincere la corsetta cicloamatoriale a 50 all’ora, ma si accontentano di ingaggiare una corsa con se stessi: ed è questo il vero spirito dello sport. L’uomo che non insegue a tutti i costi il risultato, ma anche il solo miglioramento delle proprie prestazioni. È questa la vera cultura sportiva, che i dirigenti della Federazione nemmeno conoscono. Ma non si agitino troppo, non troveranno da nessuna parte un testo sul quale acquisire nozioni di cultura sportiva, occorre soltanto un po’ di buon senso.
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