Scripta manent
Ciclismo da «un asterisco»

di Gian Paolo Porreca

Se questa è una rubrica di pensiero, o di buoni pensieri, ispirati dal ciclismo, avevamo per voi lettori una bella storia.
Di fronte alla deflagrante denuncia di Herwann Menthéour, l’ex professionista dell’AKI, che ha voluto illuminare a modo suo il doping nel ciclismo, vi proponevamo a contraltare un diverso Menthéour, Pierre-Henri, un altro ex pro francese - un Tour de l’Aude e una tappa del Tour 1984, nel palmarés - che al crepuscolo della maturità agonistica, riqualificatosi dilettante a trentasei anni, riuscì nell’impresa di stabilire il record di Francia dell’ora, con 52,543 km., che corrisponde poi alla sesta prestazione mondiale in assoluto. Meglio di Moser, meglio di Merckx...
Un Menthéour che scaccia l’altro, già, dal panorama del ciclismo che vorremmo consegnarvi: e non chiedeteci qual è il nostro preferito.

A destra, con le interviste e le telecamere e il libro Secret defonce che vende, Herwann il damerino - conosce Virenque, per caso? - che ha l’insolenza, per rafforzare le sue tesi, di giocare con i morti, inventandosi CINQUE decessi da Epo primordiale nella olandese Ti-Raleigh degli anni ’80: noi abbiamo fatto l’appello, e fra Raas Knetemann Van der Velde Leo Van Vliet Van den Hoek... non ci sembra mancare nessuno alla conta. E l’unico che resta dolorosamente assente è Bert Oosterbosch, certo, la cui fine improvvisa, al ritorno da una gara vittoriosa che segnava il suo rientro nell’agonismo, continua a riscattare di una commovente luminosità qualsiasi sospetto di pratica dopante attuata. (Ma siamo uomini, Herwann, o cannibali?).
E a sinistra, invece lo stakanovista dell’allenamento, il regionale Pierre-Henri, con il suo piccolo ritaglio di cronaca e il desiderio di dimostrare anno per anno di restare atleta del ciclismo: per il suo club che si chiama, non a caso, «Cyclisme en Finistere».
Volevamo, già, rinchiuderci in questo dibattito giocato su una incredibile omonimia, per decifrare, con voi, qual è il vero volto del ciclismo. E quale il ciclismo che amiamo, che vorremmo preservare.

Poi, poi è arrivato il «Laigueglia». Non vi diciamo che la nostra vita sia cambiata, no, quella è cambiata molti anni fa, ma che il «Laigueglia» ’99 ci lasci nell’animo una cicatrice indelebile, una sorta di sorda, insinuante amarezza, questo è lampante. Ci stampa un punto interrogativo, tanto per chiarirci il concetto, ad inizio stagione.
Ma qual è la verità, di questa storia? Quella di Savoldelli vittorioso con il sorriso da bravo ragazzo e quei fatidici chili in meno senza i quali non si vola, tirato a lucido da uno stage in altura con Cipollini & C., in quella miracolosa Namibia da dove già uscì placcato di oro un altro grande, di nome Rominger? Quella di un Savoldelli pronto a vestire i panni di leader della Saeco per le corse a tappe, ma che intanto pregusta la Sanremo?
E quella, ancora, che acclama nove atleti italiani ai primi nove posti dell’ordine di arrivo, per un eccesso di tricolore?

O la verità è piuttosto l’interrogatorio dei Nas di Savoldelli stesso, di Tonkov, Merckx - tu quoque, Axel, fili mihi... -, Bertolini, Bortolami, Gotti, in relazione alla frequentazione di questi atleti con il dottor Ferrari, inquisito per somministrazione di prodotti lesivi della salute a scopo dopante?
Ma ’sto Ferrari non dovrebbe essere stato abrogato dal ciclismo, una volta per tutte, visto che ha fatto tanto male (o bene, dipende dal punto di vista)? E c’è gente che ci va ancora? Ma non potremmo ri-consigliarlo a quelli dello sci che tanto bisogno di resurrezione hanno? E le promesse di immediato licenziamento per gli atleti che si servano dell’opera di preparatori o confidenti estranei al team ufficiale - ricordiamo un recente, puntuale intervento di Squinzi in materia - verranno mantenute?

Ma, a questo punto, già da Laigueglia, noi quali vittorie mai vi andremo descrivendo, o peggio per noi, cantando? E voi appassionati ci state a leggere le nostre ulteriori sciocchezze su vittorie costruite in farmacia? E ci rendiamo conto del piano inclinato sul quale un paio di malfattori hanno disposto questo sport?
«Chi ben comincia è alla metà dell’opera ed io ho cominciato bene», questa riflessione, certo molto meditata, di Paolo Savoldelli sta lì a testimoniare della desolante banalità di un certo milieu ciclistico. Non contribuisce a rasserenarci.

Uno sport da un solo asterisco, sì, come per i film di pessima qualità? Già, quell’asterisco nelle cartelle cliniche degli atleti che indicherebbe, nella interpretazione degli inquirenti, la cadenza di assunzione di certi farmaci. E per alcuni interrogati, invece, solo la «proposta» - indecente? - da loro non accettata di assunzione di Epo. (Guai a chi ride, per piacere).
Ciclismo implacabilmente da un solo asterisco. E c’è ancora chi trova il modo - beato lui che se lo può permettere - di fare dell’ironia in corsivo sul pubblico ministero Spinosa che a Laigueglia si è presentato vestito da ciclista.
(Per la serie, da tenere a mente, di doping si parla fin quando non ci riguarda).

Gian Paolo Porreca, napoletano, docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare, editorialista de “Il Mattino”
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