Scripta manent
Inno alla vita
di Gian Paolo Porreca

Leggiamo e rileggiamo l’autobiografia di Lance Armstrong, - «Non solo ciclismo: il mio ritorno alla vita», con Sally Jenkins, Ed. Libreria dello Sport, L. 35.000 - e restiamo ad interrogarci. Su tante questioni inevitabili, sui massimi sistemi, sulla vita e sulla morte, sulla malattia e sulla salute... Ed anche un po’ e neanche tanto banalmente, con pudica umiltà, se il nostro amato ciclismo - inteso come passione, beninteso, non come professione - sia la prima o proprio l’ultima cosa di questa incredibile vicenda umana.
Bestseller nell’originale Usa e nella successiva edizione francese, la storia di Armstrong anche nella versione italiana di Elisa Romagnoli resta la vicenda mirabile di una resurrezione fisica, nel nome di una scienza prodigiosa e di una forza d’animo straordinaria. Una resurrezione, almeno per destinazione laica, anche se ogni pagina di questa confessione esprime una dedizione metafisica. Da ciclista, appunto! Ce lo ricordano le epigrafi sulla prima pagina di copertina, sul volto profondo del campione texano, chi è stato e chi è in assoluto Armstrong. «Vincitore del Tour de France Sopravvissuto al cancro Marito Padre Figlio Essere Umano», in una sorta di curriculum morale.

Di Lance Armstrong, nato ad Austin il 18 settembre 1971, corridore ciclista statunitense di talento, noi scrittori e di certo ancor più voi appassionati di ciclismo credevamo in fondo di sapere tutto. Conoscevamo bene, ad esempio, i suoi esordi agonistici roboanti: il più giovane vincitore di una tappa del Tour (Verdun ’93) e del campionato del mondo professionisti su strada (Oslo ’93), nel dopoguerra. E conoscevamo parimenti alcuni aspetti singolari di un carattere roccioso, puntiglioso, da cowboy: il suo ultimo posto nella prima gara disputata da “pro”, la Clasica di San Sebastian, nel 1992 e la successiva scommessa con se stesso, «un giorno pure la vincerò», come suggellato poi nel ’95. E così, ancora di più, quel guascone in bici che scambiava ogni corsa in Europa per un rodeo nel Texas si era illuminato di una tenerissima aureola, vincendo al Tour ’95 la tappa di Limoges. Superando il traguardo in una solitudine ispirata, la maglia Motorola azzurra e rossa, gli indici rivolti verso il cielo, per dedicare così la vittoria al compagno di squadra Fabio Casartelli, morto per una caduta sul Portet d’Aspet, un paio di giorni prima. C’era dunque questo Lance Armstrong, nelle cronache, nei risvolti degli ordini di arrivo e della volenterosa allegoria che al ciclismo dedichiamo. C’era questo cocktail straripante di ambizione e testardaggine e dolcezza nella sembianza di un ragazzo solido, il fisico lucidato di un triathleta degli States, diventato poi solo un ciclista del Vecchio Mondo, che viveva in eccesso: «sono pronto per un’altra margarita»...

Ma Lance Armstrong è - o diventa - un ragazzo nato due volte. E la seconda volta, il 2 ottobre 1996, con lo stesso nome nasce diverso, con la condanna atroce di essere affetto da un cancro. E da un cancro devastante, un carcinoma testicolare già metastatizzato ai polmoni e al cervello. Il ragazzo in bicicletta, dopo aver appena portato a termine le Olimpiadi di Atlanta, va ad affrontare il suo Tour più avverso.
Ed è Tour interminabile che dura un anno, un anno e mezzo, e non ha giorni di riposo. Sono le pagine palpitanti, struggenti, descritte con una lancinante franchezza, della diagnosi, degli accertamenti, della scelta terapeutica che sia al primo colpo la migliore e senza chance di verifica, perché su quel traguardo non c’è allungo sbagliato da poter recuperare... È il rituale delle attese in sala d’aspetto, dei visi dei medici su cui leggere la disgrazia ed il grado della disgrazia, dei nomi ardui da imparare a memoria come fossero i colli alpini da valicare in un Giro: l’HCG, l’AFB ed il LDH, i marcatori tumorali... Sono le lacrime della madre Linda e della compagna Kristine.Sono il dottor Parker ed il dottor Reeves che gli scopre il male. È il dottor Nichols che gli rimuove le metastasi cerebrali. È il dottor Einhorn che gli annienta le lesioni polmonari con la sua chemioterapia d’avanguardia: un caustico a base di platino chiamato VIP, quasi per ironia sulla gerarchia temporale degli ultimi uomini.

Il 2 ottobre 1996, il male reso pubblico, «il primo Armstrong moriva», lo dice lui stesso. Saluta la platea d’abitudine, saluta la squadra francese, la Cofidis, con la quale aveva firmato il nuovo contratto, saluta i panorami rutilanti del suo primo tempo...
È un anno, un anno e mezzo di tempesta sul corpo e di continua illuminazione nel cuore di Armstrong. Leggerete gli attimi tesissimi in cui decide di congelare il suo seme, per consentirsi una successiva procreazione, prima di affrontare l’intervento al testicolo. (E dovete sapere che oggi c’è un bimbo, suo figlio, che si chiama Luke David, come un profeta). Conoscerete la serena infermiera LaTrice che gli somministra la chemio e lo convince che con il cancro ci si può conversare. E dividerete con loro la felicità del momento in cui si apprende la normalizzazione dei suoi valori ematici, «sono guarito!». E vi sembrerà, come su un tandem, di tornare con lui a correre in bicicletta da campione - e che campione trionfante, al Tour del ’99! - senza averla peraltro mai lasciato, la bici, come una donna tanto amata, neanche durante i giorni più duri della terapia. «La bici mi dava forza, andando in bici dimostravo a me stesso di essere vivo». La bici era divenuta, simbolicamente, una sorta di cordone ombelicale. Era il metro di confronto perenne della sua volontà, del suo metallo umano.

E la decisione, «sono solo uno dei tanti sofferenti di cancro», di creare una Fondazione per lo studio di questa malattia. E di organizzare una corsa ciclistica, infine, di beneficenza, ad Austin. Una corsa chiamata Ride for the roses, «la corsa delle rose», che gran bel nome, da Mese Mariano: da correre appunto ad avrebbero scortato sui Pirenei, al Tour ’99. Quelli, quei nomi senza applausi, gli avevano restituito l’orizzonte della vita, la serenità di uno sguardo che scruta lontano. Ben oltre la carezza effimera di una prima maglia gialla. E pure della seconda.


Gian Paolo Porreca,
napoletano, docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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